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LETTURE/ "Il servo rosso", la parola incontro all'Oltre

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Michelangelo, Creazione di Adamo (particolare, 1511), Cappella Sistina  Michelangelo, Creazione di Adamo (particolare, 1511), Cappella Sistina

Ad attraversare Il servo rosso di Paolo Valesio, una antologia di poesie scritte tra il 1979 e il 2002, è un processo di continua scomposizione e ricomposizione di coscienza e scrittura, una fusione di parola e trascendenza che, di queste poesie, è forma e sostanza. In questo processo/fusione viene a tracciarsi una mappa in cui Valesio, portando corpo potenzialità e infinitezza della parola all'estremo, restituisce alle parole il loro senso primario e alle cose nome e valore primario. Ne consegue, così, che l'essenza della poesia di Valesio, del suo rapporto con la parola e la trascendenza può essere vista in questo: in una restituzione di senso e valore primario, e in una crescita e gemmazione continua. 

Pensiamo ai dardi, a quei dardi che costituiscono la parte centrale della raccolta Il servo rosso. Valesio è innanzitutto entrato nella parola "dardo", nella sua essenza, e ce ne ha offerto, restituito, il senso. "Dardo", precisa Paolo Valesio in una nota, allude al latino iaculum che è all'origine della parola giaculatoria. Dardo, quindi, è freccia e giaculatoria. Ossia: tutta la tensione di una freccia che viene lanciata per colpire qualcosa/qualcuno (Dio/la trascendenza?) o per raggiungere, provare a raggiungere, l'infinito (ancora, e non potrebbe essere diversamente, la trascendenza/l'Assoluto). E poi un'altra tensione. Quella della giaculatoria, della preghiera, che ci fa tendere verso il nostro centro, la nostra essenza etico-religiosa, e che al contempo ci lancia verso soglie, a volte anche non nominabili, che vorremmo oltrepassare.

Ma i dardi sono anche gemmazione continua. Un nascere crescere e scindersi per ampliare se stessi nel rapporto con la trascendenza, e per cercare indagare, braccare per quanto possibile, l'Assoluto. Un Assoluto che, per carichi semantici e cambi di inquadratura, non è mai uguale a se stesso e con cui si interagisce non in un'unica modalità, ma in una pluralità di sentire.

Restituzione e gemmazione, quindi. Che aprono nella poesia di Valesio ad una parola che sa farsi interamente radice, che sa figurare e trasfigurare. Essere al contempo corporea sensoria e metafisica, una parola, tattile e duttile, che, come provvido e fertile movimento nell'esserci, sa partire da ciò che è puramente (miracolosamente?) umano per disporsi in nuove pronunce e tendere, accelerando verso se stessa, all'incontro con l'Oltre.

"Stamattina ha cavato fuori l'anima" — così leggiamo nella poesia Il servo rosso che dà il titolo all'intera raccolta, "Ha affondato pian piano la mano/ dentro la gola per alcuni minuti […] e ha posato il minuscolo uomo/ rosso come lacca/ (era unto di sangue) sul tavolo […] Al momento di riporlo, / le mani hanno un poco tremato:/ se non avesse più trovato posto?". C'è in quel cavare fuori l'anima un atto deciso e risoluto, una lucidità potente e nuda che osa e, osando, fa uscire l'anima dalla sua sede e la materializza, la forgia in qualcosa, è vero di minuscolo, ma che ci è noto nei suoi tratti, nella sua natura e sofferenza. 



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