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LETTURE/ I migranti smontano la "storia globale"

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Questo punto di vista era già quello a cui si ispirava l'intelligente saggio di Rémi Brague, Il futuro dell'Occidente. Nel modello romano la salvezza dell'Europa. Ripercorrerne le tracce può essere un modo molto semplice per accogliere tutta la provocazione intellettuale rappresentata dalle sfide che premono sulla coscienza che noi abbiamo di noi stessi e del mondo di cui siamo parte. Per tanto tempo ci hanno insegnato che ogni identità culturale ha una sua genealogia, in forza della quale il presente si costituisce come l'esito di una tradizione. Entrare da protagonisti nell'arena di una civiltà collettiva implica la conoscenza delle sue radici, dei suoi fondamenti "classici", dei suoi pilastri storici più stabili e più geneticamente fecondi.
Benissimo, queste sono tappe imprescindibili. Però ormai sta diventando sempre più chiaro che, se vogliamo capire davvero chi siamo, e il posto che ci siamo ritagliati nello spazio che ci ospita, non possiamo più accontentarci di un'autarchia isolazionista. Continueremo a leggere — di sicuro non fa male — La Santa Romana Repubblica di Falco, Medioevo cristiano di Morghen, i saggi di Dawson, la Commedia, Shakespeare e i romanzi dell'Ottocento; se ne abbiamo le forze, non potremo fare a meno di misurarci con san Tommaso, Descartes, Leibniz, con la cosmologia e la fisica moderna, fino ad arrivare a Hegel e alle scienze sociali del sapere accademico post-humboldtiano. Tutto questo bagaglio stupendo che abbiamo ereditato è una risorsa che ha generato un enorme sviluppo, e ancora può alimentare una fioritura capace di estendere i suoi benefici alle parti del mondo che ne sono rimaste fin qui escluse.
Ma la nostra ricchezza non è un unicum che possiamo solo spartire distribuendolo a pioggia dall'alto come si diffondono le merci (con la democrazia e lo Stato moderno si sono visti i pasticci tremendi che la cosa comporta). Ciò che noi siamo è un addensamento di forze all'interno di un reticolo fondato, strutturalmente, sull'interscambio. Oggi questo sfondo di interdipendenza obbligata è solo diventato più visibile: ma le sue premesse accompagnano tutti i momenti dei processi di sviluppo che hanno portato all'approdo attuale.
Per questo occorre cimentarsi in modo creativo, senza restare prigionieri degli schemi del passato, nel tentativo di ripensare le piste di approccio, gli strumenti e la griglia irrinunciabile di una coscienza culturale capace di diventare meno autocentrata (meno imperialista e fagocitatrice, dunque anche meno euro- e soprattutto meno italo-centrica), decisamente più "ecumenica" e polivalente, più aperta alle avventure entusiasmanti dell'incontro, alla capacità di assimilare il diverso da sé, di fare spazio alle ragioni di chi viene da altre tradizioni e dà un altro significato ai mattoni della realtà che ci abbraccia costringendoci a convivere.
Applicato ai territori del sapere umanistico, non penso assolutamente che questo compito di riassetto degli equilibri del sistema delle conoscenze debba spingere nelle secche della storia "globalizzata" delle civiltà planetarie.



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COMMENTI
19/07/2016 - migranti (delfini paolo)

La cosa che in tanti ci domandiamo, è il perche tutti questi "migranti" non cerchino di andare verso i ricchissimi e sottopopolati paesi del Golfo, dove troverebbero una situazione più consona a loro, sotto ogni punto di vista. A pensare male si fa peccato, però spesso...