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LETTURE/ I migranti smontano la "storia globale"

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La presunzione di poterle rinchiudere in un unico cerchio, riducendole ai loro minimi lineamenti scheletrici, cioè appiattendo le differenze e annullando il senso delle diverse identità chiamate a dialogare fra loro, è una scelta di suicidio culturale che si è fatta strada negli ultimi decenni in larghi settori della cultura euro-americana più in linea con il business del politicamente corretto. Il rifiuto della propria tradizione non apre all'incontro autentico: uccide la soggettività e tritura la pluralità in un indistinto culturale che è il mercato globale dell'omologazione elevato al livello del mondo dei simboli e delle idee.
Alla proposta della storia delle civiltà umane "globalizzate" (ne discuteva Agostino Giovagnoli in un volume che rimane un sussidio prezioso: Storia e globalizzazione, Laterza, 2003), è certamente da preferire l'ipotesi dei "mondi connessi" teorizzata dallo storico di origine indiana, ma a sua volta trapiantato in Occidente, Sanjay Subrahmanyam (Mondi connessi. La storia oltre l'eurocentrismo. Secoli XVI-XVIII, Carocci, 2014). Qui si oltrepassa decisamente la retorica della globalizzazione unificatrice, che riassorbe ogni particolarità nel mosaico informe della storia dell'umanità concepita come un blocco solidale. Guardando alla storia del mondo moderno da un punto di vista "esterno" all'Europa, diventa più chiaro che si possono fissare le linee dello sviluppo delle culture solo seguendo gli intrecci che le hanno legate realmente, nel corso materiale dell'evoluzione storica. Non si può fare storia del "tutto", in modo generico. Si può fare la storia dei nessi concreti che hanno messo in rapporto gli uomini sul filo del tempo, mettendoli in relazione e portandoli a riplasmarsi a vicenda. La nostra identità è il sedimento storico di una costruzione che ha interagito con apporti eterogenei venuti a integrarsi in un cantiere eclettico. Gli altri, non sono mai soltanto dei barbari invasori.
Assumendo la logica delle "connessioni" come filtro oggettivo per comprendere i nodi del tessuto di sostegno della tradizione in cui ci si inscrive, diventa possibile guardare in modo nuovo, più moderno, alla storia della stessa tradizione di civiltà cristiana dell'Occidente europeo. Diventa più facile vederla interconnessa con tutti i fattori che l'hanno influenzata, anche conflittualmente, dialetticamente, a partire dalle epoche più lontane fino a oggi. Insieme ai teorici dell'Europa intesa come cristianità, risulterebbe più naturale includere, tanto per fare qualche esempio, gli studi del grande orientalista tedesco Shelomo Dov Goitein sulla diaspora ebraica nel mondo arabo orientale, in corrispondenza con i secoli del nostro Medioevo (A Mediterranean Society, anche in un volume di sintesi tradotto in lingua italiana: Bompiani 2002).
Troverebbe da qui nuovo impulso l'interesse per il contributo fornito dalle culture precristiane dell'età antica, così come per tutte le civiltà dei monoteismi cresciuti ai bordi del mare nostrum che ci ha fornito linfa vitale. Si potrebbe guardare alla storia della conquista del Nuovo Mondo non solo seguendo le vie della colonizzazione europea, ma anche quelle delle ramificate presenze ebraiche, arabe e turche nell'intero spazio atlantico, in contemporanea con le imprese dei navigatori finanziati dalle corone cristiane. Diventerebbe possibile comprendere meglio il fascio dei contatti stabiliti con l'Oriente ortodosso, con il mondo islamizzato, con il suo retroterra asiatico e il gigante africano.



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COMMENTI
19/07/2016 - migranti (delfini paolo)

La cosa che in tanti ci domandiamo, è il perche tutti questi "migranti" non cerchino di andare verso i ricchissimi e sottopopolati paesi del Golfo, dove troverebbero una situazione più consona a loro, sotto ogni punto di vista. A pensare male si fa peccato, però spesso...