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LETTURE/ Ebrei a Milano: prima la vita, poi la religione

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La copertina del libro (Foto di proprietà de il Mulino)  La copertina del libro (Foto di proprietà de il Mulino)

A spiegare questi dati vi sono, oltre al numero relativamente basso di ebrei residenti nel capoluogo lombardo, il loro forte grado d'integrazione nella vita sociale e produttiva e il continuo processo di secolarizzazione che ha interessato la popolazione non solo ebraica. Persino gli ebrei provenienti dai paesi arabi, che all'arrivo presentavano un'alta percentuale di matrimoni endogamici, hanno vissuto un fisiologico livello d'integrazione. La forte crescita dei matrimoni esogamici pone evidentemente forti problemi all'ebraismo milanese e acuisce le tensioni interne legate ai processi di conversione, diventati più severi negli ultimi anni in ottemperanza al recente atteggiamento fatto proprio dall'ebraismo ortodosso mondiale. In effetti, una recente ricerca condotta tra i membri della Comunità milanese mostra come la maggior critica che gli iscritti milanesi rivolgono agli organi della propria Comunità sia l'eccessiva rigidità nell'osservanza dei precetti religiosi oltre all'alto grado di conflittualità. La composita origine dei suoi membri, assieme a diversi modi di intendere l'ebraismo, sono certamente importanti spiegazioni di questi fenomeni. Stime recenti indicano che poco meno del 15% degli ebrei italiani non lo siano dalla nascita ma provengano da processi di conversione spesso molto impegnativi. Tutto ciò mostra come la stessa sopravvivenza della Comunità ebraica milanese sia messa in discussione dal combinato effetto dei bassi tassi di natalità, dall'alta percentuale di matrimoni misti e dalla difficoltà di trasmettere i valori della cultura ebraica in una comunità fortemente integrata con la società civile (…).
Il processo d'integrazione degli ebrei milanesi osservato negli ultimi decenni è stato evidentemente favorito anche da un clima di sostanziale tolleranza e in qualche caso di ammirazione nei riguardi degli ebrei, ma sebbene l'antisemitismo non sia certo radicato, soprattutto in alcune fasce della società, negli ultimi anni appare in crescita.
Anche se la maggioranza degli italiani non ha mai avuto contatti con un ebreo, molte indagini dimostrano come in vasti strati della popolazione permanga nei confronti degli ebrei un diffuso pregiudizio: infatti il 10-15% mostra un viscerale sentimento antisemita, mentre un altro 45-50% manifesta espliciti o impliciti segni di ostilità verso gli ebrei. Questo dato colloca l'Italia in una posizione intermedia fra le nazioni europee più tolleranti come Inghilterra e Germania e quelle più antisemite come Ungheria e Francia. Una recente indagine finanziata dall'Unione europea ha poi mostrato come, sebbene gli ebrei italiani non considerino l'antisemitismo il loro principale problema (ben più sentiti sono la disoccupazione, la corruzione, lo stato dell'economia, la criminalità e l'immigrazione), più della metà degli intervistati consideri l'antisemitismo un problema e 7 su 10 ritengano che negli ultimi cinque anni il fenomeno si sia acuito. Internet, graffiti e media sono i principali canali attraverso cui l'antisemitismo prende forma come risultato, spesso, di pregiudizi politici o ideologici. Poche sono le violenze o le discriminazioni subite in anni recenti dagli ebrei italiani, in particolare da quelli residenti a Milano, che si dimostra quindi una delle città più tolleranti, o almeno uno dei luoghi dove gli ebrei si sentono più al sicuro.



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