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LETTURE/ L’Utopia di Tommaso Moro e “l’altrove” che aiuta la realtà

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Tommaso Moro ritratto da Hans Holbein il giovane  Tommaso Moro ritratto da Hans Holbein il giovane

Non poteva mancare Jonathan Swift con i suoi satiricamente devastanti Viaggi di Gulliver, né l'utopia moderna di Wells; il che ci porta, inevitabilmente, alle tremende distopie Huxley, Orwell e altri. L'isola che non c'è non è neanche più un'isola, bensì uno Stato totalitario che ha trasformato il migliore dei sogni nel peggiore degli incubi. 

Ma una speranza c'è. E non solo nel Padrone del mondo di Benson. Il saggio di Gulisano si conclude infatti con uno sguardo a un "altrove" diverso da quelli inquietanti del Mondo Nuovo e del Grande Fratello che ci guarda. Vale a dire, ai mondi paralleli di Lewis e Tolkien; alla loro mitopoiesi, che non è fuga dalla realtà ma l'esatto contrario. "Quando descrivono il loro mondo sono assolutamente seri, non ammiccano al lettore, facendogli intendere che, tutto sommato, si sta scherzando mentre il mondo reale è ben altro. Quello che c'è di più bello in questa letteratura non è lo sforzo di essere il più possibile originali, ma di individuare le questioni fondamentali" (p. 156). 

Quanto al cosiddetto "comunismo" di More, esso trovò la sua più felice interpretazione nel distributismo chestertoniano, una sorta di terza via tra socialismo e capitalismo, nel tentativo di fondare davvero una società più giusta, basata non sull'abolizione della proprietà privata, né sull'esclusiva proprietà dei ricchi e dei potenti, bensì su una proprietà di tutti i beni veramente condivisa da tutti. Esattamente quanto avveniva nell'isola di More. 

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