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LETTURE/ Caproni e quel bisogno di Dio che tiene desta la vita

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Ma cosa rende così originale il percorso letterario di Giorgio Caproni? Qual è il fuoco mai domo che infiamma la sua ricerca? Come avviene questo incontro misterioso tra “poesia” e “vita”?

Se c’è un filo conduttore che attraversa tutta l’opera del poeta toscano fin dalle prime prove, è un’urgente e ineliminabile ricerca di Dio. L’amara constatazione dell’insufficienza di tutte le cose della vita, anche le più belle - come la sua Rina alla quale rimane legato fino alla morte – introduce Caproni in questa interminabile preghiera laica affinchè un Dio si mostri.  C’è un testo appartenente a “Il muro della terra”, raccolta del 1975, in cui emerge lancinante l’urlo di Caproni:“”Be?” mi fece. / Aveva paura. Rideva. / D’un tratto, il vento si alzò. / L’albero tutto intero, tremò./ Schiacciai il grilletto. Crollò./ Lo vidi, la faccia spaccata/ sui coltelli: gli scisti./ Ah, mio dio. Mio Dio./ Perché non esisti?”. In quest’alternanza di settenari e novenari, - all’interno di una struttura formale esibita e, al tempo stesso, continuamente tradita, - Caproni ingaggia la sua personale “caccia a Dio”.  Il colpo è andato a buon fine, la preda è a terra con la faccia spaccata, ma non si tratta del bersaglio grosso, non è il volto che Caproni attende, quel Dio che il poeta ricerca spasmodicamente.  In questi versi si trovano racchiusi tutti gli elementi della poesia caproniana: quel senso tragico della vita nel quale s’insinua un’ironia amarissima, fino al culmine paradossale della chiusa, che rappresenta il grido universale dell’uomo di ogni tempo. Questo incessante dialogo è la tensione che attraversa tutte le pagine di Caproni, mantiene viva l’opera e realizza nella poesia quell’unità di vissuto e poetato di cui parlava Agamben. Il verso, infatti, è la naturale prosecuzione dell’esperienza “religiosa” di Caproni, non è qualcosa di staccato dalla vita. E la poesia attraverso la sua traduzione formale (temi, metrica, ritmo) rende l’esperienza personale accessibile a tutti.

Il versificare melodico del poeta toscano, con il passare degli anni, lascia spazio a un ritmo sempre più essenziale, scarnificato, fatto di versi brevi, lapidari. Ma dietro un’assertività apparentemente senza scampo rimane sempre l’apertura sconfinata di una domanda umana irrisolta, mai quieta:"Tonica, terza, quinta,/ settima diminuita./ Resta dunque irrisolto/ l'accordo della mia vita?"; “Il sesso. La partita/ domenicale./ La vita/ così è risolta./ Resta/ (miseria d’una sorte!)/ da risolver la morte”. La poesia di Carponi è libera da moralismi e da tesi da dover difendere, ma si getta senza remore in mare aperto, lasciandosi interrogare da tutto. Laddove sembra affermare, nella sua insistenza e perentorietà, invece interpella se stesso e il lettore. Per esempio nella caccia disperata de “Il franco cacciatore”:“La bestia/ che – catturata – resta/ in perpetuo distante” o nei lacerti a limite dell’assurdo di “Res amissa”: “Mio Dio, anche se non esisti,/ perché non ci assisti?”. Questa ineludibile distanza che nessuna parola, nessun gesto riesce ad azzerare si fa perpetua domanda. Anche la placida rassegnazione al quale il poeta sembra approdare in alcuni passaggi (“Di questo, sono certo: io/ son giunto alla disperazione,/ calma, senza sgomenti./ Scendo. Buon proseguimento.”) è carica una lealtà tale che non può che aprire un varco, non può che lasciar intendere che la partita è ancora tutta da giocare. La poesia di Caproni è una continua pro-vocazione a Dio, proprio nel senso etimologico di “chiamare fuori”, chiamare Dio allo scoperto affinchè si mostri e si lasci afferrare, abbracciare. Ma cosa può alimentare la speranza quando nulla sembra rispondere? La realtà, l’inspiegabile bellezza di tutto ciò che vive attorno e che sembra ribellarsi all’oblio. La bellezza della moglie Rina: “Per lei,/ e solo grazie a lei, esiste/ dunque uno spiraglio ancora/ di qua d’ogni inerte speranza?...” o la bellezza della natura: “Per quanto tu ragioni, c'è sempre un topo - un fiore - a scombinare la logica. Direi che tutto nel tuo ragionamento è perfetto, se non avessi davanti questo prato di trifoglio. E sarei anche d'accordo con te, se nella mente non mi bruciasse (se non mi bruciasse la mente - con dolcezza) quest'odore di tannino che viene dalla segheria sotto la pioggia: quest'odore di tronchi sbucciati (d'alba e d'alburno), e non ci fosse il fresco delle foglie bagnate come tanti lunghi occhi, e il persistente (ma sembre più sbiadito) blu della notte.”



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