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LETTURE/ Caproni e quel bisogno di Dio che tiene desta la vita

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Ma il vertice di questa ricerca, il punto più alto in cui la ragione sembra compiersi, si trova in questi versi sempre appartenenti al suo libro postumo: “Tutti riceviamo un dono./ Poi, non ricordiamo più né da chi né che sia./ Soltanto, ne conserviamo/ - pungente e senza condono – la spina della nostalgia”. Caproni è come se intuisse che la nostalgia, quella bestia che ha provato ad assassinare, è invece la più grande risorsa, l’unica vera introduzione al mistero dell’Essere, al principio che fa tutte le cose. Sfondare il muro è riconoscere il “chi”, l’autore di questo dono affascinante e contraddittorio che è la vita. E’ questo il vero compito della poesia. E proprio per questo, Testori, in un’analisi illuminata, risponde a chi fa di Caproni uno dei vessilli dell’ateismo (definizione che lo stesso Caproni ha sempre rifiutato su di sé): “Mai, credo, la negazione di Dio è stata, come in queste poesie di Caproni, sua affermazione: quasi che Caproni avesse ingaggiato, con Dio, una battaglia, un ultimativo corpo a corpo. Ne “Il franco cacciatore” la poesia tocca uno dei suoi vertici: un vertice che è, insieme una vertigine. Anche il “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, su cui Montale aveva costruito l’intera sua opera […], vien qui accusato di essere rimasto aldiqua del rischio cui pure alludeva; insomma, di non aver portato i termini sul bordo ultimo e estremo della pagina. Caproni ha, invece, fatto questo, e proprio perché ha scritto le sue parole su quel bordo esse, vorticosamente mosse dalla forza centripeta che le innerva, sono tornate al centro; a far come da perno”. Il dialogo insistito, la domanda continua che nasce dalla nostalgia, anche quando nega è la più alta affermazione di un Dio, di un interlocutore. “Non lo chiederesti se non lo avessi già trovato” diceva Agostino; “qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? e allora perché attendiamo?” diceva Pavese.

Ma questa domanda evidentemente non basta. Questo raggiungimento ultimo della ragione non è sufficiente. Che cosa manca? Quale vera domanda contiene la ricerca assillante di Caproni? Cosa è capace di oltrepassare questo limite ultimo della ragione e vincere quell'atavica resistenza dell’uomo con Dio? Di cosa c’è davvero bisogno? Anche in questo caso, con una genialità e lealtà disarmante, Caproni coglie il nodo cruciale della questione: “Se Dio c’è o non c’è è questione secondaria. Il difficile è stabilire, ammessane l’esistenza, il suo rapporto con l’uomo”.

E’ allora questo il vero tarlo caproniano che attraversa tutta l’opera realizzando quell’unità impossibile tra poesia e vita, ed è questo l’unica vera ricerca per cui vale la pena fare poesia e spendere tutto il tempo che ci viene concesso: scoprire se c’è, se mai è accaduto nella storia un fatto, un avvenimento che abbia frantumato il muro della terra. Se sia mai esistito un Dio talmente presente, talmente carnale con il quale non c'è bisogno di lottare, ma al quale ci si possa semplicemente abbandonare. "Quant’odio, nell’amore./ Quanto amore, nell’odio…"

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