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LETTURE/ Il bello (e la grazia) della debolezza: il Premio Agnes a Marco Pozza

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In una cornice naturale spettacolare, sabato 25 giugno è salito sul palco della manifestazione che premia il giornalismo internazionale, per ritirare il Premio Speciale Biagio Agnes 2016. Don Marco Pozza, è di lui che stiamo parlando, è uno di quegli uomini che fanno breccia direttamente nel cuore. Dei palchi ha solida esperienza, sempre pronto com'è ad inscenare la sua vita davanti a platee numerosissime di giovani ai quali racconta i sogni, le fatiche, le soddisfazioni del suo tribolatissimo sacerdozio. E ai quali distribuisce accenti di speranza per alimentare quell'unico grande fuoco dal quale, per primo, fu contagiato anni fa: l'attrattiva di un Dio che ad un futuro sottocosto contrappone la possibilità di un presente da protagonista, senza manomissioni.
Un sacerdozio, quello di don Marco, che viaggia sui binari dell'umano e del divino, un unico vagone senza compartimenti-stagni: "Da quando ho immischiato la mia vita con quella di Dio — ci racconta don Marco — è stato come aver fatto una trasfusione di sangue: tutto si confonde, tutto si diffonde, si fonde". Il dono della fede gli ha permesso di scrutare l'eterno nel quotidiano, degli angoli di Cielo in mezzo all'inferno: "Nell'inferno c'è qualcosa che inferno non è, e questo mi affascina assai".
Dalla letteratura del carcere alla prosa, dunque. Forse per questo il suo sacerdozio abita fuori dalla sagrestie, ai bordi di quella terra-di-nessuno qual è il carcere (Padova, ndr). Agli esordi, oggi ha imparato a riconoscerlo, ci sta un'apparente umiliazione che adesso è diventata una sorta di rivoluzione: diventare povero con i poveri, misero con i miseri, serbatoio e dispenser di misericordia. La rivoluzione di essere un faro per mettere in luce la complicata bellezza dei rapporti con gli "estremi confini della terra" e il fanalino di coda per mettere, invece, un freno a quella Chiesa forse troppo moralista e troppo poco umana.
La rivoluzione tutta interiore, poi, di essere uscito liberato nella sua umanità, perché l'incontro quotidiano con i reclusi e con il loro dramma gli ha rivelato la bellezza della sua debolezza, un misto di fragilità e doverosa verità su sé stessi. Qualora, poi, dal buco della serratura dovesse spiare il suo futuro, è consapevole che eventuali prossime rivoluzioni affonderanno inevitabilmente le radici qui. O non saranno rivoluzioni.
"Il carcere somiglia ad un arcipelago e nessun uomo lì dentro può sentirsi un'isola: tutto è connesso, sconnesso, in connessione. C'è una frase che mi piacerebbe scrivere nei cuori di tutti coloro che vivono ai bordi di questo strano mondo: 'Coraggio, alzati, ti chiama!', che è la frase che si sentì dire il cieco e che tanti ciechi sognano di sentirsi ripetere ancora: nell'oscurità, intravedere una strada, è aver già iniziato la risalita di qualunque scarpata". 



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