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LETTURE/ Il “segreto del successo” dei cattivi in tv

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Bryan Cranston nei panni di Walter White, il protagonista di Breaking Bad  Bryan Cranston nei panni di Walter White, il protagonista di Breaking Bad

Queste serie, di cui si occupa nel libro Paolo Braga in un bellissimo saggio, hanno invece fatto propria quasi una sfida esplicita, quella di poter "funzionare" con protagonisti sempre meno buoni e sempre più vittime dei loro demoni, raggiungendo dei vertici di autentico virtuosismo. Uno di questi è sicuramente Breaking Bad, un altro è House of Cards: riescono a farci "amare" - o almeno farci stare con - i protagonisti che compiono azioni moralmente errate, che a volte sono anche veri e propri delitti. Ma attenzione, questo non significa un "liberi tutti" dal punto di vista morale. Queste serie non sono il frutto di un radicale azzeramento etico. Cito dalle pagine di Braga: "Il punto chiave è il fatto che, nonostante la loro insistenza sul negativo, le storie considerate non sono nichilistiche. Non sono una celebrazione di relativismo totalizzante. Non dicono che i valori non contano, né sono un inno al male. Al contrario, attraverso l'infelicità del protagonista che si comporta male, queste storie ribadiscono che i valori (almeno alcuni) esistono e non possono essere offesi senza che ciò provochi conseguenze gravi". In altre parole usano un modello "tragico" (Shakespeare lo faceva nel Riccardo III o nel Macbeth): è un modulo di racconto che è pedagogico attraverso la negazione. Mentre queste serie alimentano le ombre morali dei protagonisti, lasciano però comprendere allo spettatore – almeno quelle migliori, come Mad Men, per esempio – la direzione di una possibile redenzione del personaggio e, a volte, la fanno addirittura sperare. C'è, lo dico di nuovo con Braga, la "tensione a un'innocenza perduta. Il piacere dello spettatore è dunque quello di una riflessione morale condotta su terreni estremi". 

 

E in Italia? 

Gli sceneggiatori italiani tendono a guardare molto - per certi aspetti forse troppo - questi modelli americani, senza però sempre riuscire a mantenere la stessa complessità e la stessa arditezza tematica. Quelli che imitano male le serie americane, si limitano quindi a rappresentare dei "cattivi" che sono molto piatti, che come tali non hanno appeal sul pubblico mainstream, ma a volte neanche su quello che va sulla pay. Fra l'altro non dimentichiamo che queste serie, in Usa, hanno pubblici che sono di nicchia, perché sono programmate su canali a pagamento come HBO o AMC. Vengono diffuse in tutto il mondo, ma in ogni Paese i numeri assoluti sono bassi. Anche in Italia, questi modelli narrativi - alla Gomorra o alla 1992, per capirsi - funzionano solo con i numeri delle pay tv di Sky, che si contano in centinaia di migliaia di spettatori e non nei milioni della fiction generalista di Rai o Mediaset. 

 

Quindi il problema non è del committente? 

Conoscendo abbastanza bene l'ambiente professionale degli sceneggiatori avverto serpeggiare ormai da qualche anno un'ansia quasi adolescenziale di "liberazione" da quelli che sarebbero dei paletti puramente formali indicati dai network (soprattutto dalla Rai); dei divieti e dei tabù ormai privi di senso che non consentirebbero l'audacia e l'innovatività delle serie cable americane. Ma, a parte il fatto che le serie che vanno sui canali cable hanno pubblici che sono costituiti da nicchie super-specializzate (la prima serie di Mad Men ebbe meno di un milione di spettatori su una popolazione superiore a 300 milioni, cioè lo 0,3% di rating: un punteggio che in Italia significherebbe 180.000 spettatori…; Breaking Bad, tranne l'ultima stagione, non superava mai l'1%), il rischio è soprattutto di non cogliere come anche quando il protagonista è dark le serie americane innervano il racconto con delle tensioni morali fortissime, che sono quelle che interessano lo spettatore. 

 

Ma i "buoni" funzionano ancora? 



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