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LETTURE/ La “voce” della bellezza nella Maddalena di Piero della Francesca

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Maria Maddalena di Piero della Francesca, particolare  Maria Maddalena di Piero della Francesca, particolare

Se la Maddalena di Donatello è una penitente scarnificata dall'introspezione e illuminata dall'annuncio della Resurrezione, la Maddalena di Piero della Francesca rappresenta inequivocabilmente la regalità neoplatonica e cristiana dell'inarrivabile bontà interiore. L'affresco di Piero della Francesca è conservato nella Cattedrale di San Donato ad Arezzo; nei secoli l'opera si è progressivamente "mimetizzata" nell'architettura della Cattedrale. Sin dalla prima ora collocata alla navata sinistra, in direzione della sagrestia, dalla fine del XVIII secolo è ulteriormente messa in ombra dal cenotafio del vescovo Tarlati. Più la raffigurazione di Maria Maddalena si nasconde, quasi si trattasse di un chiostro profondo, più la sua intrinseca luminosità spicca: un involontario gioco di luci che rende ancora più preziosa l'opera di Piero della Francesca.

E' difficile datare compiutamente l'affresco; per convenzione, accettiamo che sia stato completato nel 1466, in modo da rispettare la consequenzialità rispetto alla precedente statua lignea di Donatello. Quel che si può affermare con certezza è che, attraverso Piero della Francesca, scopriamo un altro modo di vedere il rapporto tra l'arte e l'artista, tra l'uomo e la fede e, ancor più, tra la donna e il cristianesimo. 

La Maddalena raffigurata nella Cattedrale aretina è di una bellezza elegante, quasi metafisica. E' la bellezza della gioventù in fiore: non vecchia penitente, non adolescente tumultuosa, non donna in posa eminentemente fisica e materiale da redimere. Non si tratta però di astrazione fine a se stessa. Anzi, è come se la Maddalena di Piero della Francesca contenesse tutti e tre i modi di guardare alla femminilità, perché tutti e tre possono condurre alla bellezza, all'illuminazione e all'autocoscienza. E' una Maddalena "regale", dicevamo, ma non è la regalità mondana del trono (e, per il vero, nemmeno dell'altare). Non è una matrona tronfia, non è una nobile ingentilita dalla Grazia. La raffigurazione fisica è piuttosto diretta conseguenza di un sentire interiore. Piero della Francesca, soprattutto a causa del suo gusto ricercato per l'equilibrio nella spazialità e nella luminosità, è stato spesso frainteso come un ricercatore della luce e della figura, come uno studioso delle geometrie sempre proteso a disciplinare il proprio talento. 

Questa ricostruzione rappresenta, però, solo una parte del vero. Nulla sfugge all'esigenza di una riflessione esistenziale profonda, a un rapporto di campo largo con la personale ricerca spirituale. Nemmeno i toni irenici, nemmeno gli studi sulle figure e sui piani, neanche le prove compiute sulle tecniche o sugli oggetti che nel quadro si inseriscono in una tradizione agiografica e iconografica (l'ampolla degli unguenti per lavare i piedi a Gesù).



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