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UNGHERIA 1956/ Gyula, se un ragazzo di 12 anni "riscrive" la rivoluzione

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Un carro armato russo istrutto dagli ungheresi durante gli scontri (Foto Wikipedia)  Un carro armato russo istrutto dagli ungheresi durante gli scontri (Foto Wikipedia)

A sessanta anni di distanza da quelli che venivano definiti dalla stampa italiana come i "fatti d'Ungheria", si può affermare che nel nostro Paese il ricordo relativo all'insurrezione magiara contro l'oppressione e l'ingerenza sovietica sia tuttora vivo. Ne è testimonianza un convegno tenutosi di recente presso l'Università Cattolica di Milano al quale hanno partecipato diversi studiosi ungheresi e non, convegno che ha avuto il merito di mettere in luce alcuni aspetti ancor oggi problematici nell'interpretazione dei fatti, come ad esempio le intenzioni ed il ruolo giocato da Imre Nagy prima e durante la rivoluzione (fu veramente animato da uno spirito riformatore in senso democratico oppure colse il momento propizio per imporsi, rimanendo successivamente travolto dal sistema stesso?) suggerendo alcuni spunti di riflessione che potranno essere magari discussi ed approfonditi in occasione dei numerosi eventi di commemorazione previsti il prossimo autunno per i sessant'anni della rivoluzione.
L'originalità e la vivacità del suddetto convegno sono passati anche attraverso la presenza di ospiti d'eccezione, vale a dire non necessariamente appartenenti al mondo accademico, in particolare ricordiamo colei che in Ungheria è considerata come una sorta di eroina nazionale, Mária Wittner, combattente che, non ancora ventenne all'epoca dei fatti, si guadagnò una condanna a morte poi tramutata in ergastolo, e che oggi fa del ricordo e della sensibilizzazione nei confronti del '56 il suo credo esistenziale e politico, conducendo le proprie battaglie anche in seno al parlamento ungherese.
Eppure, dato il carattere fieramente combattivo che la contraddistingue, ci ha personalmente colpito l'interesse dimostrato dalla signora Wittner nei confronti di una testimonianza decisamente pacata e singolare relativa all'insurrezione, la quale permette di guardare a quella realtà da una prospettiva priva di pregiudizi di natura storica o politica. Ci riferiamo ad un diario tenuto da un ragazzo dodicenne all'epoca dei fatti e che venne tenuto lungamente nascosto: l'opera in questione è stata infatti pubblicata solamente nel 2006 proprio in occasione del cinquantesimo anniversario della rivoluzione e raccoglie le attente testimonianze del protagonista, un ragazzino curioso e vigile nei confronti del mondo circostante, specialmente di quello dei grandi.
Grazie ad una lingua semplice ed essenziale, Gyula (nome di battesimo di Csics, autore del diario in questione) racconta con precisione i fatti che avvennero tra il 23 ottobre 1956 (giorno dei primi scontri) al 15 marzo 1957 (giorno della festa nazionale ungherese che segna non solo la fine del diario, ma anche — simbolicamente — la fine di ogni speranza di cambiamento in seguito al ripristino dell'ordine precostituito). Ciò che colpisce in quello che è diventato in breve tempo un successo editoriale in Ungheria e che attende di essere conosciuto all'estero (è attesa proprio per il prossimo autunno una traduzione in italiano), è l'approccio alla realtà circostante che contraddistingue il modo di scrivere del protagonista, il quale da un lato narra di fatti relativi alla propria vita di dodicenne fatta di scuola, compagni di giochi, letture, svago, lezioni di violino e visite ai parenti, mentre dall'altro presenta anche intensi e sorprendenti (se si pensa all'età di chi scrive) riferimenti agli avvenimenti che si susseguivano in città, alle relazioni tra vicini di casa, ai discorsi degli adulti, dei politici che intervenivano alla radio, agli articoli di giornale che, come alcuni volantini propagandistici di movimenti differenti distribuiti in vari punti della città, venivano talvolta raccolti ed allegati contribuendo ad un lavoro di testimonianza svolto in maniera più o meno consapevole.



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