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LETTURE/ La "voglia di cose immense" e i suoi nemici

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Cesare Pavese (1908-1950) (LaPresse)  Cesare Pavese (1908-1950) (LaPresse)

Perché mai, se non fa l'esperienza dell'infelicità, una persona dovrebbe capire un libro che parla di infelicità? Solo chi patisce capisce. «La rima fiore / amore», che tanto incantò Umberto Saba, è «la più antica difficile del mondo». Non ci vuole molto a comprendere l'italiano in cui è scritta, ma solo «il dolore / riscopre amica» la «verità che giace al fondo» di quelle parole. Chi si sente a posto, chi cerca il relax, chi vive amori tranquilli, chi non ha paura, che può capire? «Vi aspettate che capiscano "Otello"! Povero ragazzo!». Oggi è stata inventata la felicità, che è alla portata di tutti: un po' di mare, un bel viaggetto, qualche serata in compagnia. «Bisogna scegliere tra la felicità e ciò che una volta si chiamava la grande arte. Abbiamo sacrificato la grande arte». Pazienza per Shakespeare: adesso ci sono gli europei.
Come potremo capire questi libri antichi che una pagina sì una no parlano di Dio se ormai «il sentimento religioso è superfluo» e noi «continuiamo a divertirci»? «"Nonostante tutto questo" insistette il Selvaggio "è naturale credere in Dio quando si è soli, completamente soli di notte, e si pensa alla morte". "Ma la gente non è mai sola al giorno d'oggi"» è la pronta risposta degli uomini nuovi: c'è sempre almeno un rigore sbagliato su cui fare dell'ironia, o da condividere o ritwittare chi fa dell'ironia su un rigore sbagliato. E se fa caldo c'è l'aria condizionata, se la noia ci mangia organizzeremo qualcosa, se un amore finisce ce ne faremo un altro, e se capita un attentato fra poco si parlerà d'altro. Per fortuna la vita presenta delle comodità che in passato si sognavano: chi ci darà l'energia per quello sforzo di leggere che proprio non ha confronti con un televisore, un divano e una birra fresca? Il Selvaggio finisce per gridare: «"Ma io non ne voglio di comodità. Io voglio Dio, voglio la poesia, voglio il pericolo reale, voglio la libertà, voglio la bontà. Voglio il peccato". "Insomma" disse Mustafà Mond "voi reclamate il diritto di essere infelice". "Ebbene, sì" disse il Selvaggio in tono di sfida "io reclamo il diritto di essere infelice"».
Che vantaggio ne abbiamo a mandare all'aria il sogno di una vita sistemata? Il vantaggio di chi vive l'esperienza dell'infelicità e della scomodità: sentirsi scoppiare dentro al cuore la domanda della felicità, la voglia di cose immense. E poi — non lo sottovaluterei — anche la capacità di immedesimarsi con chi muore in Bangladesh, o con chi sbaglia un rigore.



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