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LETTURE/ La "voglia di cose immense" e i suoi nemici

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Cesare Pavese (1908-1950) (LaPresse)  Cesare Pavese (1908-1950) (LaPresse)

Una ragazza alle prese con gli esami di stato intitola la sua tesina Crying for Shakespeare: perché leggendo Romeo e Giulietta le è successo di piangere per "un amore così vero, sconfinato e potente" che "se esistesse il mondo sarebbe un posto più bello". Lei sì che ha capito Shakespeare. Come scrive Arthur Schopenhauer, «la propria esperienza è condizione indispensabile per comprendere sia la poesia, sia la storia: essa, infatti, è come il dizionario della lingua che parlano ambedue». Già, ma chi ci insegnerà la lingua dell'esperienza? Chi non si fermerà alla lingua delle parole ma scriverà un dizionario nella lingua dell'esperienza?
Scrivere, infatti, vuol dire — Cesare Pavese docet — «trasformare dei fatti in parole». Leggere, di conseguenza, non potrà che significare il percorso inverso: risalire dalle parole ai fatti. Senza arrivare all'esperienza non cogliamo la lingua di un testo. E nessuno legge libri scritti in una lingua che non capisce, se non ha gli strumenti per tradurla. Bene, il rischio dei nostri giorni è non leggere libri perché non se ne conosce la lingua: non appena l'inglese o l'italiano poetico, ma innanzitutto la lingua dell'esperienza. Facciamo tante cose, è vero, ma «l'uomo moderno torna a casa alla sera sfinito da una farragine di eventi — divertenti o noiosi, insoliti o comuni, atroci o piacevoli — nessuno dei quali è però diventato esperienza» (Giorgio Agamben).
Il mondo nuovo di Aldous Huxley profetizza nel 1932 un'epoca in cui tutti sono immersi in una tale contentezza ottusa da non sentire nemmeno il bisogno di leggere. Al culmine del romanzo il Selvaggio, l'unico rimasto estraneo a questa tranquillità universale, si trova faccia a faccia con il Governatore, che controlla il mondo nuovo che si diverte e non legge più. Quest'ultimo lo rassicura che non è stato censurato niente: i libri non sono stati distrutti e, da qualche parte, ci sarebbero ancora. Allora «perché non fate leggere loro "Otello", piuttosto?» gli domanda il Selvaggio. La risposta del Governatore è semplice: «non lo capirebbero». «Perché il nostro mondo non è il mondo di "Otello". Non si possono fare delle macchine senza acciaio, e non si possono fare delle tragedie senza instabilità sociale. Adesso il mondo è stabile. La gente è felice; ottiene ciò che vuole, e non vuole mai ciò che non può ottenere. Sta bene; è al sicuro; non è mai malata; non ha paura della morte; è serenamente ignorante della passione e della vecchiaia; non è ingombrata né da padri né da madri; non ha spose, figli o amanti che procurino loro emozioni violente».  



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