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LETTURE/ "Più splendon le carte", così Dante è arrivato fino a noi

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Dal sito FB della mostra  Dal sito FB della mostra

"Più splendon le carte": è questa la felice parafrasi dell'undicesimo canto del Purgatorio dantesco che campeggia all'entrata della Biblioteca Reale di Torino e che accoglie quanti in questi afosi giorni d'estate si recano a vedere qualcosa di non propriamente comune o in voga di questi tempi: una serie di manoscritti e volumi danteschi. È infatti intitolata proprio "Più splendon le carte" la mostra inaugurata il 16 giugno e aperta fino al 31 luglio.
Si tratta di un'esposizione realizzata dall'Università di Torino, sotto la guida del docente di filologia dantesca Donato Pirovano, in collaborazione con la Biblioteca Reale di Torino, con la Società Dante Alighieri e con l'associazione Metamorfosi (per citare solo alcuni fra i prestigiosi patrocini accordati all'iniziativa): sono stati radunati insieme oltre cinquanta fra manoscritti, incunaboli e volumi danteschi, molti appartenenti alla Reale stessa e gentilmente concessi dai responsabili, di assoluto valore anche per i meno esperti.
Un'iniziativa del genere è infatti l'occasione per immergersi nelle vicende editoriali della Commedia, con tutti gli aspetti a esse connesse. È noto il fatto che non si possieda nessun manoscritto autografo del poema dantesco: di conseguenza, non possiamo conoscere con certezza quale sia il testo che Dante stabilì come definitivo. Questo perché già a partire dai primi anni successivi alla sua morte e alla pubblicazione del Paradiso i manoscritti riportanti il testo dell'intera Commedia si moltiplicano a dismisura (testimoniando l'eccezionale fortuna conosciuta dall'opera), portando con sé numerosi e inevitabili errori, che oggi non siamo più in grado di riconoscere come tali. Ci restano solamente diverse soluzioni per i molti passi più controversi, e l'arduo compito dei filologi è quello di districarsi fra i vari manoscritti, studiandone le parentele e ipotizzando un testo che tenda il più possibile ad assomigliare all'originale.
In un contesto del genere, alcuni esemplari acquisiscono un'importanza nettamente maggiore di altri, diventando pietre fondanti di un'intera disciplina come la filologia dantesca. Così, una delle sorprese più gradite al visitatore della mostra torinese è sicuramente la presenza dell'Ashburnamiano 828, meglio conosciuto come "l'Antichissimo", il più antico manoscritto dantesco datato a noi pervenuto e risalente al 1334; di fianco ad esso va segnalata un'altra perla, il Riccardiano 1035, manoscritto degli anni sessanta del XIV secolo esemplato da un copista d'eccezione, Giovanni Boccaccio.
La mostra tuttavia non è una semplice esposizione di pezzi rari e celebri, ma si propone il compito di accompagnare il lettore dentro l'orizzonte più ampio che racchiude tutti gli esemplari, ricostruendo una storia lunga secoli. Dopo una prima sezione dedicata ai manoscritti più antichi (diversi appartenenti alla Reale), e una seconda dedicata ai primi commentatori di Dante (dal XIV al XVI secolo), si passa dunque a una sezione incentrata sulle più celebri interpretazioni artistiche della Commedia, da alcune miniature trecentesche ai disegni di Blake e di Boccioni, passando per Botticelli e per l'intramontabile Gustave Doré.



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