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CHESTERTON/ Gabriel Gale, la ragione e il senso della realtà

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Gilbert Keith Chesterton  Gilbert Keith Chesterton

Gabriel Gale non è solo un poeta detective, come vorrebbero le edizioni IPL e Bompiani, emulo imperfetto e infelice di molti prestigiosi analoghi suoi contemporanei: è un manalive (uomo vivo), che non rinuncia a nulla di cui la sua ragione possa avvalersi per dare significato alla realtà e alla sua vita, per quanto improbabile possa sembrare a prima vista. Quelli che The Poet and The Lunaticspropone non sono solo episodi nel senso frammentario, isolato e autoreferenziale che spesso viene attribuito a questo sostantivo: come suggerisce l'etimologia del termine "episodio", sono invece componenti emblematici e complementari di una più ampia rappresentazione scenica, del più ampio paradigma dell'esperienza umana. Per questo, per comprenderli davvero, bisognerebbe forse poterli leggere tutti nello stesso momento, cogliendo la polifonia che vi risuona, con quel contrappunto sottile e geniale tra ciò che vi è ritratto di personale e di comunitario, di particolare e di universale. È questo l'orizzonte antropologico indicato da Chesterton, il dynamic classicist per eccellenza, colui che incarnò alla perfezione l'idea che sta alla radice del personaggio del protagonista di The Poet and The Lunatics e che è espressa dallo stesso Gale nel primo episodio: "il genio deve essere centrico: deve fissare lo sguardo al centro del cosmo e non vagabondare nelle galassie più sperdute. La gente pensa che sia un complimento dire di una persona che è fuori dagli schemi e poi chiacchiera dell'eccentricità del genio. E cosa penserebbe la gente, se io dicessi che pregherei Dio di non concedermi altro che la centricità del genio?".



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