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LETTURE/ Uccidere, ma senza odio. Quell'educazione cattolica morta col fascismo

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Soldati in trincea  Soldati in trincea

Quando la Gc nacque, la rinuncia a esperienze sessuali prima del matrimonio era una delle richieste che tradizionalmente guidava il cammino del giovane credente verso l'età adulta. Un duro sacrificio da accettare in vista di un bene superiore, l'amore coniugale. Ma, alla soglia del Novecento, questo precetto fu inglobato in una teoria pedagogica volta a plasmare la personalità del militante: maschio, prestante, forte e coraggioso, pronto allo scontro fisico coi nemici del tempo, socialisti anticlericali. Un'educazione della volontà fondata sull'autocontrollo repressivo degli istinti sessuali quale percorso indispensabile per sviluppare le virtù degli uomini veri. D'altronde, erano quelli gli anni in cui in Europa stava emergendo il culto del giovane atletico; fiorivano allora le palestre e le pratiche sportive dei borghesi, che si andavano diffondendo anche tra i giovani e i ragazzi del popolo. Negli ambienti laici si parlava apertamente del sesso e i pedagogisti discutevano se introdurre l'educazione sessuale come materia di insegnamento nelle scuole.
Questo modello di virilismo cattolico — così lo ha definito Piva — abbassava l'enfasi sulla mortificazione e metteva al centro il piacere di conquistare un carattere forte che avrebbe portato al successo in ogni ambito dell'esperienza esistenziale. Non a caso, quando nella seconda metà degli anni Trenta la sintonia con il regime fascista raggiunse il livello più alto, il modello di virilismo giovanile della Gc aveva da tempo raggiunto autonoma e piena maturazione, ponendosi semmai in concorrenza coi coetanei fascisti.
Non è che non si invocasse la pace e si trascurassero i messaggi pontifici; ma la pace restò sempre un'aspirazione spirituale, storicamente proiettata su un futuro indefinito, con il ripristino della supremazia del cattolicesimo e del papato nel governo delle relazioni internazionali. In mancanza di questo, la speranza della pace fu, per i giovani cattolici, acriticamente subordinata all'obbedienza all'autorità legittima. Così la tesi che attribuiva alla fede non solo un primato morale, ma anche patriottico, venne aggiustata alle ragioni del militarismo e il soldato cattolico venne celebrato come il più devoto alla patria, coraggioso e virile. Nell'insieme, si può fondatamente sostenere che la Gc contribuì a insegnare l'idea di patria a fasce di giovani di estrazione popolare, fra i quali quell'idea era probabilmente debole.
Con la sconfitta nel secondo conflitto mondiale questo modello entrò in crisi; la disfatta militare non poteva non travolgere un modello di virilità considerata in sé vincente, incompatibile quindi con l'umiliazione della disfatta. Senza quel supporto ideologico la morte in guerra perse di senso. Si concluse così l'ambizioso progetto che agli albori del Novecento aveva galvanizzato l'organizzazione giovanile dell'Azione Cattolica nel preparare il giovane soldato ad affrontare cristianamente la guerra. In fondo, la Gc gli aveva promesso un po' troppo: un carattere maschio, allenato a dominare i propri impulsi naturali, predisposto a primeggiare anche nei conflitti più sanguinosi.



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COMMENTI
12/08/2016 - Un ritorno al servizio di leva servirebbe (Giuseppe Crippa)

A mio avviso l’educazione cattolica (ed anche l’educazione civica) alla condizione di militare non è morta col fascismo come dice il titolo dell’articolo o con la sconfitta nella guerra, come più propriamente scrive l’autore, ma con la fine del servizio obbligatorio di leva. Servizio che non sarebbe utopico pensare di re-istituire, in un momento in cui siamo coinvolti in una guerra asimmetrica e nel quale, con una disoccupazione giovanile comunque vicina al 50%, non sarebbe di ostacolo all’occupazione dei giovani (che praticamente non c'è prima dei vent'anni) ma al contrario li formerebbe ad una disciplina di vita che è evidentemente carente.