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LETTURE/ Pirandello, se la promessa di felicità svanisce nel nulla

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Luigi Pirandello (1867-1936) (Foto dal web)  Luigi Pirandello (1867-1936) (Foto dal web)

Per ricordare gli ottant'anni dalla morte di Luigi Pirandello, il nostro massimo scrittore del Novecento, la Biblioteca Popolare pubblica una nuova antologia di Novelle per un anno, a cura di Marina Polacco, all'interno di una collana pensata dal Banco Popolare con lo scopo di avvicinare il grande pubblico al patrimonio culturale del nostro Paese. Operazione quanto mai meritoria, se si considera quanto l'arte e la letteratura abbiano contribuito e possano ancora contribuire alla formazione di un'adeguata coscienza nazionale.
Al di là del giudizio che si voglia dare delle novelle pirandelliane (vi è chi, come Gioanola, ha sostenuto la preminenza da assegnare alla narrativa rispetto al teatro: in effetti, tre quarti delle opere teatrali traggono origine dalle novelle), non vi è dubbio che alcuni racconti appaiono veri e propri capolavori e, anche per la loro brevità e concentrazione espressiva, possono costituire un primo approccio, anche per gli studenti, al complesso mondo dell'autore siciliano.
Della fitta e variegata produzione novellistica, la curatrice individua alcuni filoni tematici, selezionando una cinquantina di testi: alcuni di questi molto noti, altri meno. Tra i più interessanti, emerge la novella Va bene. L'affermazione che fa da titolo è ciò che caratterizza il comportamento verbale del protagonista, ennesima incarnazione dell'inetto: umiliato e offeso prima come insegnante, poi come impiegato, infine come marito, reagisce a tutto con un rassegnato "E va bene!". Come a tanti personaggi pirandelliani, anche a lui viene concessa una tregua: un mese di riposo al mare, per riprendersi da una malattia.
Analogamente a tante altre opere dello scrittore agrigentino, avviene qui l'epifania, o l'intuizione di una possibile epifania: l'uomo braccato da una vita squallida, piegato dalle circostanze, apre gli occhi su una realtà diversa, su una promessa di felicità. Di fronte allo spettacolo della primavera, egli finalmente respira, come di fronte a una grazia inaspettata. Per brevi attimi, dimentica tutto: "la noia cupa, amara; il peso enorme di quella sua insopportabile esistenza. Di contro a tutto il nero che aveva nell'anima, ecco il verde dei prati, l'azzurro del cielo e quella soave freschezza dell'aria, alito vivo della Primavera. E rimase, incantato, a mirare". Si noti la sapiente decelerazione del ritmo narrativo, come se l'autore invitasse anche noi a rallentare, a guardare, a riflettere. Si delinea davanti a noi la possibilità di consentire alla felicità, suggerita dalla visione dei monti stagliati lievi nel cielo e dal trillo di un'allodola "in alto, librata sulle ali brillanti". Di nuovo la scelta lessicale insiste sulle liquide e sulle vibranti, tese a riconoscere che "alauda est laeta", l'allodola è felice, mentre tesse le sue lodi a Dio. Tutto questo non è che l'anticipo della visione suprema: il mare, colto dalla sua anima "ilare e trepidante", nell'attesa "di quella tremula azzurra immensità che da un momento all'altro gli si sarebbe spalancata davanti agli occhi".



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