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LETTURE/ Romano Guardini e l'incontro cristiano con il moderno

Pubblicazione:venerdì 19 agosto 2016

Romano Guardini (1885-1968) (Foto dal web) Romano Guardini (1885-1968) (Foto dal web)

«In questi giorni - scrive nel 1924 all'amico Josef Weiger - mi ha colpito in modo del tutto particolare la profondità della "natura liberale" che ho nel mio sangue. Ho forse frainteso me stesso? Mio padre era un liberale italiano di vecchio stampo. Sangue caldo e mente fredda. […] Pieno di rispetto per ciò che è religioso, ma con una profonda avversione per ciò che è clericale. […] Era come se dentro di me rimbombi il sangue di mio padre. Prima ho sempre inveito contro il liberalismo. Ma vedi, lo si respira nell'aria!».

Di fatto, a partire dagli anni della guerra, lo spirito di Guardini mostra un'insofferenza crescente contro l'integralismo, contro il cortocircuito religioso che annulla la distinzione tra soprannaturale e naturale. Per questo alla religiosità diretta, totalizzante, preferisce quella indiretta. Scriveva a Weiger nel marzo 1915: 

«Vedi, credo che l'essenza dell'integralismo consista proprio nel rifiutare questa religiosità indiretta e nel volere che la vita intera sia direttamente religiosa: se lo fa una persona sola, per sé, allora le è permesso, anche se credo che raramente una persona normale lo possa fare. L'integralismo in sé stesso cerca di creare un sistema per tutti, persino per le istituzioni pubbliche della vita ecclesiastica. E non gli riesce mai, neppure per alcune; la natura si arroga il suo diritto. Ma continua a provarci, e proprio per questo il suo effetto è così pesante e malsano. L'integralismo come tipologia psicologica ha sicuramente ragione d'esistere, così come il suo opposto, nella misura in cui rispetta i limiti e le differenze. È il tentativo forzato di collocare Dio e ciò che supera la natura nella vita piena, e di farne la parte dominante di ogni cosa. È un male per il fatto stesso di volersi imporre esclusivamente. Ed ho l'impressione che tutte le questioni: dogma e ragione; autorità e indipendenza; liturgia e vita religiosa individuale; Chiesa e Stato… siano in realtà solo parti di un interrogativo più alto. Dappertutto c'è un'opposizione […]. E qui, come sempre, la soluzione non consiste nel scegliere una cosa o l'altra, ma in relazione organica. Si tratta alla fine di una questione di misura, di senso del limite, per raggiungere un equilibrio di vita. Secondo me, è all'interno di questa relazione che si schiude il concetto di discretioDiscretio è l'arte di collocare con rispetto e attenzione gli elementi del vissuto in una relazione feconda».

In realtà Guardini patì a lungo le ristrettezze del cattolicesimo tedesco. La sua passione di educatore si scontrava con il legalismo, i formalismi, l'orizzonte clericale incapace di misurarsi con il vento impetuoso che proveniva dal movimento giovanile e dalle sfide della cultura laica. 

«Ho appena letto un libro - scrive sempre a Weiger nel '24 -  che possiede grandezza, bellezza, disciplina, e una netta ostilità verso la Chiesa. […] Sono consapevole di quanta grandezza, purezza e forza creativa ci sono là fuori; e di come che produce creatività all'interno sia epigonismo; pensieri scomposti, tecniche di compromesso. […] E temo il momento in cui mi diventerà assolutamente chiaro come il vero cattolicesimo sia misero. […] Quello che facciamo noi, infatti, la gente che si dice cattolica, scrivere libri e tenere discorsi ed organizzare, tutto ciò è qualcosa di disperato che non dice niente, se il vero evento non arriva a noi da un'altra parte allora siamo alla fine».


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