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LETTURE/ Romano Guardini e l'incontro cristiano con il moderno

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Romano Guardini (1885-1968) (Foto dal web)  Romano Guardini (1885-1968) (Foto dal web)

Proponiamo la versione integrale della relazione che il filosofo Massimo Borghesi terrà oggi al Meeting di Rimini, nell'incontro su "Romano Guardini e Luigi Giussani in dialogo con la modernità". Intervengono Massimo Borghesi, Johannes Modesto, Monica Scholz-Zappa. Introduce alberto Savorana.

Quando Romano Guardini è studente di teologia, nella Germania degli anni 10 del secolo scorso, l'orizzonte culturale del cattolicesimo è determinato dalla Nescolastica con il suo caratteristico medievalismo antimoderno. Segnato dal Sillabo di Pio IX, il pensiero cattolico guarda idealmente al passato, all'era medievale concepita romanticamente come era "organica", di perfetta unione tra clero e popolo, Stato e Chiesa, fede e ragione. Ciò in antitesi alla dissoluzione moderna, in cui i poli si contrappongono e la divisione regna sovrana. Qualcosa di questo orientamento si palesa anche nei primi saggi editi di Guardini. Si tratta, tuttavia, di un periodo breve. 

Quando inizia il suo insegnamento di "Filosofia della religione e visione del mondo cattolica" all'Università di Berlino, agli inizi degli anni 20, insieme alla sua attività di educatore del movimento giovanile cristiano Quickborn, la sua nuova prospettiva è chiara. Viene fissata nel volume di antropologia filosofica del 1925 dal titolo L'opposizione polare. Tentativi per una filosofia del concreto vivente. Il modello storico che viene suggerito è triadico. All'unità medievale totalizzante, "precritica", tra Chiesa e personalità, segue la divisione e l'opposizione  moderna e, da ultimo, l'urgenza di una nuova unità tra fede e ragione. Si tratta  ora, però, di un'unità "critica" che nella relazione tra Chiesa e persona mantiene, al contempo, il senso delle distinzioni in modo da accogliere il valore moderno della libertà. 

Come Guardini aveva scritto ne Il senso della Chiesa, del 1922, il Medioevo soffre di un «cortocircuito religioso», di una fusione troppo stretta tra sacro e profano. Per questo il compito del presente era di aprire a un rinnovato incontro tra la comunità ecclesiale e la libera personalità. Guardini anticipava qui lo storico incontro tra Chiesa e libertà moderne che si realizzerà nel documento Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II. 

Certamente agli inizi degli anni 20 egli non si identifica con il modello medievale in auge nel mondo cattolico. «Per quanto si possa amare il Medioevo per la sua ineguagliata profondità, pienezza e bellezza, non si crederà nemmeno un istante all'opportunità di scambiare la nostra situazione con quella medievale». Il "ritorno al Medioevo", come via d'uscita dalla "crisi moderna", è una strada impraticabile e antistorica. «L'atteggiamento medievale si è dissolto, e dopo che la Riforma e l'autonomizzazione della cultura hanno sciolto le connessioni storico-psicologiche tra cristianesimo e cultura, entriamo di nuovo a pieno nel cerchio di fuoco del problema del cristianesimo primitivo». Così scrive nel 1926. Nel 1928, a conclusione del saggio Der Glaube in der Reflexion, afferma: «Non vogliamo pensare che le possibilità di realizzazione della fede proprie del Medioevo e del Barocco siano il non plus ultra. Esistono altre sommità, più elevate ancora forse, tali ad ogni modo da trovarsi sulla nostra strada. Noi presentiamo un ardore e una profondità della fede e una capacità di superamento in essa per lo meno altrettanto grande che nel Medioevo per quanto di tutt'altro colore spirituale. Più grande proprio perché priva degli appoggi innumerevoli che il Medioevo aveva».



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