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AMERICAN DREAM/ Da Santa Teresa a Damien de Veuster, quegli "infallibili" costruttori di storia

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Oh, when the saints go marching in, Lord, how I want to be in that number. Che cosa hanno da dire i santi al nostro tempo scettico e distratto? Il legame che accomuna alcune mostre del Meeting dai contenuti apparentemente lontani attraversa come fiume nascosto il tempo degli uomini. Stiamo parlando di mostre come quella sulla restaurata basilica di Betlemme, la sorgente di tutto questo discorso sulla profondità del tempo, l'altra su Madre Teresa e infine la sorprendente esposizione di biografie di santi americani (American dream).
I santi non sono soltanto tipi straordinari, che sanno prendere la propria umanità esattamente come fa l'elettricista con il cavo elettrico, cioè per farci passare una corrente che non viene da loro. I santi sono anche coloro che hanno impiantato le loro virtù eroiche in mezzo alle contraddizioni della storia ordinaria. L'ordinario tramite loro è divenuto straordinario.
Attenzione, qui non stiamo accennando alla storia della chiesa o alla storia del cristianesimo, cioè ad una nobile articolazione della storia generale. Vogliamo proprio considerare l'utilità della santità ai fini della comprensione delle vicende umane sul piano politico-sociale. È questa l'ottica di cui in fondo si occupano i nostri gloriosi manuali di storia, che nel migliore dei casi includono nelle loro narrazioni la santità come eccezione.
Obiezione: ma può un manuale "laico" trattare argomenti che attengono al piano della comprensione del fenomeno religioso? La domanda è mal posta. Bisogna formularla così: può un manuale, qualunque esso sia, sottacere ciò che non riesce a spiegare? In realtà un libro di storia o geografia o arte non dovrebbe "spiegare" proprio nulla. Bensì mostrare, offrire alla comprensione del lettore — che non è stupido — anche ciò che non è immediatamente spiegabile.
Torniamo alla storia dei santi. Ripercorrendo a volo d'uccello il tempo li troviamo dappertutto, come il pulviscolo che vediamo solo quando una lama di luce lo attraversa. Hanno convertito i barbari, coniato lingue di cui tutti oggi ci serviamo, tracciato strade verso mondi sconosciuti, curato ferite, educato generazioni di bambini tra cui magari si trovano personaggi divenuti col tempo famosi.
Nel caso dei santi americani, di cui si cura la mostra-Meeting 2016, notiamo tre fattori che ne rappresentano l'identità e che in qualche modo hanno contribuito a rafforzare la struttura costitutiva dell'essere umano.
Anzitutto la loro immensa capacità di sopportazione fisica e spirituale delle condizioni avverse: attraversamento di fiumi in piena, superamento di cascate, condizioni climatiche ostili; in Quebec, dove approdarono i primi gesuiti per convertire gli Uroni, era più freddo che in Siberia. Questa paziente sopportazione della sofferenza è un fattore che spesso viene omesso quando si esaminano le vicende storiche, eppure senza che i santi lo insegnassero a tutti non avremmo avuto probabilmente né i Cook, né gli Amundsen. La sopportazione delle sconfitte non è da meno, posto che ai santi è spesso capitato di vedere fallire le loro imprese, magari ad opera degli stessi superiori del loro ordine. Se oggi capiamo che una sconfitta o un evento drammatico è un'opportunità è anche per merito loro.



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