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LETTURE/ Mauro Giuseppe Lepori: si vive solo per morire?

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Andrea Mantegna, Cristo morto (particolare) (1480)  Andrea Mantegna, Cristo morto (particolare) (1480)

Va salutata con particolare favore l'uscita di un nuovo libro dell'abate generale dei cistercensi, padre Mauro Giuseppe Lepori. Il volume, che ha appena visto la luce per i tipi di Cantagalli, raccoglie le lezioni presentate nel corso dei Meeting di Rimini dal 2003 allo scorso 2015, insieme a due conferenze del 2008 e del 2013. Tema di fondo che ritorna: la scommessa della fede cristiana come germe di vita nuova nel mondo, che viene incontro alla "mancanza abissale", al senso della sproporzione e alla vertigine delle attese di cui si nutre il cuore di ogni uomo. Pregio supplementare è poi il fatto di inaugurare una nuova collana di "Classici", cioè di testi concepiti come riferimenti sostanziosi per confrontarsi con le domande fondamentali dell'esistenza: dove contano non solo la radicalità degli interrogativi, ma anche la ricchezza dei tentativi di risposta che autori di un passato lontano così come del nostro tempo possono offrire in termini di provocazione, e prima ancora di testimonianza vissuta (seguiranno nei prossimi mesi opere di Péguy, von Balthasar, Paolo VI, Rebora).
"A caccia di Dio": la preda a cui allude il titolo della collana non vuole però restare imprigionata nei confini di una riserva per cultori superaddestrati del "religioso". Dio è inteso come il vertice di ogni anelito dell'uomo onesto con sé stesso, che non vuole abdicare alla grandezza della sua statura e insegue quell'Oltre che sta al di là di ogni manipolazione addomesticata delle sue istanze di bene, di verità e di bellezza.
Lepori si serve abitualmente delle metafore letterarie per comunicare la suggestione di ciò che gli preme. Nei Miserabili di Victor Hugo, il fiume di perdono che si riversa sull'ex forzato Jean Valjean dopo l'incontro travolgente con il vescovo che lo riscatta dall'accusa di un furto spregevole sembra subito bloccato dal nuovo cedimento all'impulso accaparratore. Ne fanno le spese i pochi soldi raggranellati da un bambino mendicante, vergognosamente depredato da chi si stava incamminando con la borsa piena di argenteria verso il suo straordinario approdo di convertito al primato della generosità eroica. Il gesto rapace della rapina che vuole strappare un guadagno per il proprio esclusivo possesso, riflettendo nella lunga corsa del tempo la voracità dei progenitori tentati dal Serpente nel Paradiso delle delizie, è lo stesso di don Rodrigo che, alla fine dei Promessi sposi, stringe le mani ad artiglio sul cuore devastato dal respiro affannoso dell'agonia, in contrapposizione a quelle di padre Cristoforo che restano aperte fino all'ultimo per donare, per benedire e spezzare il pane eucaristico.



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