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LETTURE/ Dante e Ratzinger ci mettono in guardia dalle rottamazioni culturali

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La cultura non ha bisogno di nemici (LaPresse)  La cultura non ha bisogno di nemici (LaPresse)

Sempre attentissimo ai legami tra cultura alta e filosofia pratica, già negli anni Settanta il compianto Rodolfo Quadrelli, di cui già abbiamo parlato su queste pagine, riconduceva a questa inimicizia la disgregazione umana e culturale della modernità, costretta a dover disprezzare il passato per affermare la propria esistenza e il proprio presente. Perché sì, anche "Aristotile, ovvero il filosofo per coloro che ora chiamiamo antichi, praticava […] la dossografia, cioè la rassegna dei filosofi precedenti"; solo che "li confutava soltanto come sodali o amici, parimenti impegnati nella ricerca della verità" (Filosofia delle parole e delle cose, p. 19). Non relegava cioè la tradizione e ciò che essa trasmette a un lacerto di passato inesorabilmente da scartare. Usava quella "simpatia preventiva" necessaria alla conoscenza che Benedetto XVI chiedeva al lettore nell'introduzione al suo primo libro sulla vita di Gesù. Perché senza questa simpatia, continua Quadrelli, quando cioè "questo atteggiamento diventa metodo, sia esso il dubbio (metodico) o la critica, i predecessori devono fare la parte degli ingenui, ed è la categoria dell'ingenuità più che non quella dell'errore che fa di essi, per la prima volta, gli 'antichi'"(Filosofia delle parole e delle cose, p. 19). Antichi, cioè sorpassati, inascoltabili, come molte pseudo-mitologie sul nuovo che avanza e sulle presunte rottamazioni in atto o a venire ci suggeriscono con insistenza.

Non è questione di rispettare il passato, quanto di rispettare il presente; non di rispettare l'altro, quanto di rispettare sé. Perché se ciò che mi precede e mi informa non ha valore, il mio valore non esiste, a meno che non me lo conquisti da solo: con brama, violenza, e sopraffazione. E con un ultimo odio inconfessato di cui — prima di investire il prossimo — investo me stesso, sempre proiettato a un modello irraggiungibile e mai capace di accettarmi come dato e di amare il presente. Questo, infatti, ognuno può vederlo, accade quando si delega alla novità il compito di colmare quella sete di conoscenza che sola ci muove: la distruzione di ogni stima di sé, dell'altro e della discussione civile.

Quella discussione, quella tensione comune alla conoscenza e alla scoperta che Dante, in un arcinoto sonetto, pone come inizio e fine dello stare insieme, della vera amicizia: quell'amicizia per cui, "vivendo in uno stesso talento,/ di stare insieme crescesse il disio" ("Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io", 7-8). Quell'amicizia per cui ci sia consentito piangerci in faccia l'un l'altro e farci la sola vera domanda. Non "che cosa devo fare", ma "che vuol dir questa/ Solitudine immensa? ed io che sono?" ("Canto notturno di un pastore errante dell'Asia", 98-99).

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