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STORIA/ La “Cassandra scomparsa” lascia gli italiani senza identità

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Per oltre un trentennio abbiamo avuto la fortuna di possedere una narrazione civile della nostra identità che ha potuto guidare, non senza difficoltà, la politica, il terreno di compensazione delle nostre differenze. Oggi, senza quei cercatori e quei narratori, il racconto di noi stessi si è impoverito. Affievolitosi il pathos civile, la storiografia si è come ripiegata su se stessa, in una marginalità imposta dalla più ampia marginalità della cultura, dalla tentazione di usare la storia per fini immediati, per giustificare gli eventi, per decretare vincitori e vinti momentanei.

Nessuno sa più raccontarci chi siamo e perché siamo. Nessuno sa più sondare la zona grigia della nostra coscienza, additarci la strada percorsa e, in prospettiva, la strada da percorrere. Si sa, la Storia è un poco Cassandra, che dice la verità ma non è creduta. La questione appare oggi ancor più triste: Cassandra rischia di dire banalità o di avvitarsi in un particolarismo scientifico inadeguato a raccontare la realtà. Quegli storici, di cui celebriamo gli anniversari, al rigore della ricerca impegnato a comprendere "la logica dei fatti", affiancavano una visione, una passione civile non partigiana, dicevano sempre chi erano e cosa pensavano, senza nascondersi dietro una falsa presunzione di imparzialità. Eppure costruivano, insieme, in un legame che era anche umano, d'amicizia.

Forse, a fare la differenza vi è stata l'esperienza diretta della dittatura e della guerra, l'aver visto e respirato l'odore acre del peggiore Novecento, l'aver gustato la gioia della rinascita ove tutto era speranza e l'aver constatato, nella decadenza di ogni afflato civile e culturale, una sorta di sconfitta della storia. Da qui, quella che Henri-Irenée Marrou definiva la "tristezza dello storico": "Quando la crisi si è abbattuta sulla cultura, noi siamo stati i primi ad essere travolti come paglia e polvere".

Così, venuta meno ogni "amicizia" tra gli uomini, in questa solitudine autoreferenziale in cui ciascuno ritiene di essere il centro dell'universo, di avere parole significative che si fanno beffa dei poeti e dei filosofi, ma cercano consensi effimeri accompagnati dai geroglifici delle emozioni, allo storico spetta il destino "del retore e del saltimbanco ufficiale al servizio della città totalitaria". E senza storia, andiamo piano piano realizzando una sorta di autofascismo delle opinioni, delle emozioni, delle illusioni. 



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COMMENTI
03/08/2016 - autofascismo (Giuliana Zanello)

Articolo molto interessante. Vorrei chiedere all'autore la gentilezza, se possibile, di approfondire il concetto di 'autofascismo', che mi sembra intuitivamente interessante ma che non sono sicura di avere capito.