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LETTURE/ Ariosto e il Furioso, l’insoddisfazione che si trasforma in speranza

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Chiaramente, un esordio del genere (insieme ai due versi successivi, che fanno da connettivo con la materia narrata: «Fai ch'a Rinaldo Angelica par bella, / quando esso a lei brutto e spiacevol pare») ci permette di comprendere più a fondo ciò che avverrà nel canto, e cioè i ridicoli inseguimenti compiuti da Rinaldo, per giunta ingannato da un'immagine, il quale - distante anni luce dal suo dovere di paladino - insegue bramoso una donna, Angelica, che lo odia. L'ironia, l'ilarità con cui Ariosto sembra presentarci questi affannosi inseguimenti si ammanta di malinconia e tragicità se filtrata dal lamento d'esordio su Amore: questo raggiunge quindi un duplice scopo, da un lato accennando all'ironia come possibile distanziamento da quella materia dolorosa che è la contraddittorietà della vita, dall'altro rivelando che, forse, il mondo fantastico e incredibile del Furioso è meno lontano di quanto si creda dal dramma del mondo reale, il nostro.

Ariosto spesso insiste sulla validità ricorrente delle leggi che regolano la vita e l'umano agire, leggi quasi sempre incomprensibili quando non palesemente ingiuste. Nella lettura del Furioso si oscilla fra lo smarrimento piacevole nelle vicende di una dimensione totalmente altra, fantastica, e la sensazione di essere in fondo anche noi perduti nelle stesse selve dei personaggi.

Un esordio di intonazione analoga al precedente è quello del canto VIII, laddove si lamenta l'arte di incantatrici e incantatori che - dissimulando le loro reali apparenze - fanno innamorare di sé le persone legandole con lacci impossibile da sciogliere:

 

Oh quante sono incantatrici, oh quanti
incantator tra noi, che non si sanno!
che con lor arti uomini e donne amanti
di sé, cangiando i visi lor, fatto hanno.
Non con spirti constretti tali incanti,
né con osservazion di stelle fanno;
ma con simulazion, menzogne e frodi
legano i cor d'indissolubil nodi.
Chi l'annello d'Angelica, o più tosto
chi avesse quel de la ragion, potria
veder a tutti il viso, che nascosto
da finzione e d'arte non saria.
Tal ci par bello e buono, che, deposto
il liscio, brutto e rio forse parria.
Fu gran ventura quella di Ruggiero,
ch'ebbe l'annel che gli scoperse il vero.

 

La fortuna di Ruggiero, incantato da Alcina e per questo irretito dall'amore per lei, è stata ricevere in dono l'anello di Angelica, che gli ha permesso di scoprire il vero, cioè le reali sembianze - alquanto misere e orribili - della maga. E che la vicenda fantastica sia una sorta di mediazione per comunicare un contenuto ben più profondo è detto dallo stesso Ariosto in due passaggi: quando precisa che gli incantatori solitamente non sono tali per via della magia, ma per via delle loro menzogne, e nel momento in cui stabilisce un rapporto quasi allegorico tra l'anello di Angelica e "quel de la ragion", cioè la capacità di discernere la verità. Solo questa potrebbe costituire una sicura via d'uscita dalle acque contrastanti e tempestose della vita, ma per l'epoca di Ariosto (e forse anche per la nostra) sembra essere una merce rara.



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