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LETTURE/ Ariosto e il Furioso, l’insoddisfazione che si trasforma in speranza

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«L'allusione [del poeta] alla propria vicenda umana non intende affatto portare un'istanza autobiografica nel poema; ma stabilisce un vincolo tra il cuore del poeta e il mondo della sua poesia», ha scritto Franco Pool rispetto al Furioso. Ed è certamente così: innanzitutto, il dramma di Ariosto non nasce da qualche sfortunata e personale storia d'amore alla corte degli Este, ma è frutto di una profonda riflessione sulla condizione umana; in secondo luogo, non si può parlare con De Sanctis di poema «in cui non c'è il poeta», ma piuttosto è necessario cogliere che, nell'incessante andirivieni dei personaggi, una sola figura resta sempre con noi, ed è proprio quella del poeta.

Le intrusioni dell'autore, e soprattutto gli esordi dei canti con il loro spessore ragionativo, ci svelano il pianto che si nasconde (forse) dietro la maschera sorridente e maliziosa di Ariosto. Il pianto dunque come punto di partenza e il sorriso come punto d'arrivo di un cammino che passa per la disillusione: Ariosto è commosso d'una profonda commozione segreta, ma allo stesso tempo deride questa sua commozione e tutto il dolore dei personaggi, come prendendo coscienza della loro inutilità. Eppure i conti non tornano: al termine del poema il cuore del lettore non è pacificato in questa conclusione, perché non lo è nemmeno quello del poeta. Il senso di contraddizione che rimane e che trasuda dai versi ariosteschi sembra lasciare aperta la porta di un'insoddisfazione che può trasformarsi in flebile speranza: speranza di un possibile significato nella grande e incomprensibile tempesta della vita.



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