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LETTURE/ Da Charlie Hebdo a Swift, la satira che ci siamo dimenticati

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Sawrey Gilpin, Gulliver lascia la terra degli Houyhnhnms (1769) (Immagine da Wikipedia)  Sawrey Gilpin, Gulliver lascia la terra degli Houyhnhnms (1769) (Immagine da Wikipedia)

Ma il Settecento inglese, con i grandi autori della satira quali Jonathan Swift, Alexander Pope e John Dryden, è morto e sepolto persino nelle antologie scolastiche dove di questi autori non vi è quasi traccia. E non certo per i supposti orientamenti del tal manuale, visto che Pope era un cattolico in terra inglese, Swift un protestante in terra irlandese e Dryden un "trasformista" della politica, adattabile a tutte le antologie. La modernità ha spazzato via la satira come genere letterario, relegandola alla vignettistica di fondo giornale di dissacrante mestiere. 

La lente del tempo ha inoltre inevitabilmente allontanato da noi la satira di Swift, ma rimane sorprendentemente vitale per chi volesse cimentarsi non con gli adattamenti scolastici o cinematografici, che la depurano e lasciano solo la favola del meraviglioso con Lillipuziani innocui, ma con il testo autentico nella sua complessità, in particolare con il terzo e quarto viaggio, dedicati all'isola di scienziati e filosofi ed infine alla straniante realtà dei cavalli senzienti e parlanti, gli Houyhnhnms. Irlandese, definito un misogino, Swift diede addosso a tutto e a tutti, con una propensione scatologica e dissacratoria che può generare tanto orrore quanto le vignette di Charlie Hebdo. Ma la nobiltà del genere stesso e il lucido attacco al razionalismo dello scientismo, nonché la satira del malcostume politico, danno una coerenza ai viaggi del dottor Gulliver che non ha paragone con l'esercizio occasionale e consumistico della satira di oggi.

Gulliver nasce inglese, borghese e illuminista, e pertanto certo della perfezione e superiorità di costumi, istituzioni e moralità inglesi, e pertanto della loro umanità, ma "muore" rinnegando l'umanità che lo ha generato; preferisce agli uomini  gli Houyhnhnms, i cavalli senzienti e sapienti, anche se fra gli uomini (inglesi) fra cui i cavalli razionali lo esiliano ritenendolo, per il suo aspetto, un non-cavallo, trova solo semplici cavalli con cui scambiare piacevoli nitriti, molto meglio per lui dell'abbraccio della moglie, o dell'odore, per lui disgustoso, del figlio. Meglio quindi morire da cavalli (pur se nell'imitazione goffa e maldestra di Gulliver) che vivere da uomini, o da Yahoos, gli uomini bestiali sottomessi agli Houyhnhnms, e la cui piaga immonda i cavalli senzienti decidono di eliminare attraverso una castrazione di massa?  

Tutt'altro. Chi segue i lumi della ragione illuministica finisce per Swift fra le braccia, pardon, fra gli zoccoli dei cavalli; nel loro mondo parole come opinione, dibattito, amore, affezione, scelta e libertà non esistono, e Gulliver fatica a farne intendere il senso ai cavalli senzienti che tanto ammira. Nel mondo della ragione perfetta, non vi è dibattito perché la verità è riconosciuta per ragione, e non per adesione della volontà. La moralità non è libertà, ma strada a senso unico, perché sul bivio, apparentemente, l'opzione "male" non compare. 



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