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LETTURE/ Da Charlie Hebdo a Swift, la satira che ci siamo dimenticati

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Sawrey Gilpin, Gulliver lascia la terra degli Houyhnhnms (1769) (Immagine da Wikipedia)  Sawrey Gilpin, Gulliver lascia la terra degli Houyhnhnms (1769) (Immagine da Wikipedia)

La satira ha spesso vita breve, perché dura il tempo dell'oggetto che va a stigmatizzare, e certamente non è gradita a chi viene stigmatizzato, anche se può apparire giusta e veritiera a chi di quello sguardo pungente non è oggetto, ma anzi apprezza, della satira, il metter a nudo quell'errore, follia, stortura, difetto o limite che così appare palese. Mentre l'ironia è un atto d'amore vestito di arguzia, non vi può essere amore o perdono nella satira; in una vignetta satirica il gobbo di Notre Dame, piccolo e sgraziato, serve a rassicurare noi sani della perfezione (irreale o temporanea) del nostro corpo e della nostra anima. Il nostro limite viene esorcizzato, "cancellato" perché trasferito su di lui, che sconta per noi l'immensa fragilità dell'essere umani. 

Ma se quel gobbo siamo noi, e la gobba è pronunciata, al punto da deformare i tratti e renderli irriconoscibili, allora scatta l'orrore, e l'orrore trascina con se l'indignazione, il rifiuto, e l'accusa di aver passato il limite. E' un limite che chi ci ha disegnato come brandelli di corpo fra macerie, o stecchi di uomini insanguinati per un "sisma all'italiana", mischiando profano — la cucina italiana — con sacro — la vita umana — non vede non per cecità, ma per consapevole, deliberato ed impreciso mestiere. 

La satira di Charlie Hebdo si occupa di morte, sesso, religione, costume e politica indifferentemente, e il limite è solo per chi è rappresentato nella vignetta satirica, non per chi la disegna, al di là del carattere personale, magari mitissimo, del vignettista stesso. E chi ha accettato la dissacrazione di Maometto o di Cristo — perché senso del limite e del sacro sono faccia della stessa medaglia — senza colpo ferire, ma è inorridito di fronte alle vignette sul terremoto di Amatrice, ha avuto in realtà l'occasione di fare, attraverso la satira, un percorso di conoscenza. 

Se la religione non ha più alcuna sacralità per costui, e non ha visto l'oltraggio né di Maometto né di Cristo nelle vignette satiriche di Charlie Hebdo, ma lo ha ritrovato nell'offesa imperdonabile al sentimento di appartenenza nazionale e, si spera, al rispetto delle vite umane perse, allora la satira ha fatto, con tutta la sua violenza imperdonabile, il suo brutale mestiere, restituendogli il senso del limite. Tuttavia la scarsa frequentazione della satira, sommersa da linguaggi più accattivanti perché tesi a catturare, lusingare il fruitore, fa diventare questo sussulto di conoscenza un episodio che non avrà come molti altri, altro esito che l'indignazione speciale di quell'istante.

Diverso sarebbe il sentire se la satira esistesse ancora come genere letterario, se fosse scritta e letta, magari non sempre apprezzata ed elogiata, ma perlomeno avesse una dignità datale da una tradizione, da un intento, da un motivo più ampio di quello della tiratura giornalistica. 



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