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LETTURE/ Hölderlin, come affronta un poeta il senso del male?

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Antonio Canova, Amore e Psiche (1788-93)  Antonio Canova, Amore e Psiche (1788-93)

"Colmo è di bontà. Ma nessuno comprende/ da solo Dio. Ma dove è il pericolo, cresce/ anche ciò che dà salvezza"

E' un verso tratto dagli Inni tardi di un poeta tedesco ormai pazzo e lasciato in custodia a un cireneo, tale Ernst Zimmer di professione falegname; il buon uomo aveva letto e apprezzato il suo romanzo Iperione per cui lo accoglie nella sua casa di Tubinga, in una stanza circolare ai piani superiori, che viene per questo chiamata "la Torre". Lì Friedrich Hölderlin, nato il 20 marzo del 1770, morirà il 7 giugno del 1843 dopo avervi trascorso ben trentasei anni in solitudine.

La diagnosi di schizofrenia pare sia corretta, confermata da numerosi documenti e testimonianze storiche lasciate dai suoi sempre più rari visitatori; le sue ultime opere ne portano evidente traccia, anche se proprio nelle Poesie della Torre ci sono scintille infiammate. Di questo materiale fiammante e infiammabile tratta il preciso e coltissimo saggio di Francesco Roat, il cui merito è tanto innegabile quanto misconoscibile: è troppo facile passare inosservati nell'odierno panorama letterario, a chi può interessare sapere di un poeta-filosofo, la cui unica occupazione nella vita era l'acuta e disperata ricerca intellettiva di un senso intelligibile di Dio?

Certo, la sua occupazione di precettore non gli portava granché guadagno, lui la considerava solo un ripiego, una fastidiosa necessità. Il pensiero, anzi, la Poesia era la sua ragione di vita. E, certo, l'amore. Quando poi morirà la sua amatissima Suzette, l'aveva chiamata Diotima nel suo romanzo filosofico, si occuperà strenuamente della morte.

Siamo in un'altro secolo, si obietterebbe; il secolo in cui gli amici cari, i compagni di studio si chiamavano Hegel, Schiller, Novalis, i professori Fichte e Goethe. 

Persone che hanno radicato il pensiero occidentale, la filosofia, la poesia.

Vale la pena allora fermarsi un poco, prendere in mano questo agile libretto; in realtà la sua lettura ci porta dentro un percorso aspro e acuto, piuttosto disagevole per chi come noi non è più avvezzo a pensare: ad usare cioè il proprio Pensiero come un condottiero in battaglia contro i marosi del Nonsenso. 

Ci vuole un uomo che sappia che il "Verbo" (cioè la parola pensata e agita, la parola infine pronunciata), è creativo, è attivo; ci vuole un cacciatore di idee, capace di tendere un paziente agguato per cogliere sia le sfumature che le trappole, gli abbagli e le illuminazioni di cui sono caduti preda i nostri Padri Pensatori.

Fu Romano Guardini a spalancarci il mondo della poetica hölderliniana, tacciato spesso di essersi spinto troppo in direzione cattolica; ora può essere chiarificante questo saggio che prende spunto dalle ultime opere, setacciando in esse gli spunti resistenti, oserei dire le essenziali idee, rimaste come ossa nello scheletro del Poeta. 



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