BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

BENEDETTO XVI/ Senza un anticipo di simpatia il Mistero resta estraneo

Pubblicazione:

Benedetto XVI (LaPresse)  Benedetto XVI (LaPresse)

Nessun vanto, dunque, a seguire il Cristo di Benedetto XVI: "L'importante è preservare la fede oggi. Io considero questo il nostro compito centrale". Se noi non conosciamo più Gesù, dunque, è la fine della Chiesa. Parola dell'uomo che, sentendo l'obbligo di "dire qualcosa all'umanità", ha partorito un'opera d'arte che affascina milioni di lettori, Gesù di Nazareth. Non un atto di magistero — a governare con la paura son capaci tutti, governare con la gioia fu l'umile tentativo che si giocò —, ma la personale ricerca del volto del Signore: "Ognuno è libero di contraddirmi" — scrive nella premessa al primo volume —. "Chiedo solo alle lettrici e ai lettori quell'anticipo di simpatia senza il quale non c'è nessuna comprensione". Un anticipo di simpatia pare la cifra stessa del suo pontificato, una sorta di giganteschi esercizi spirituali a favore dell'umanità: "Dare agli uomini il coraggio di credere".

Per riuscire a restare un padre-fedele anche nel momento in cui parrebbe l'esatto opposto, che il padre fugga dalle sue responsabilità. L'11 febbraio 2013 — lunedì di carnevale, festa della Madonna di Lourdes — rimarrà il giorno che ha cambiato la fisionomia del papato: "Il mio momento era passato e avevo dato ciò che potevo dare (…) Anche un padre smette di fare il padre. Non cessa di esserlo, ma lascia le responsabilità concrete". Un gesto senza precedenti, il capitolo più denso del magistero-dei-gesti, la sconcertante notizia che "ogni inizio contiene una magia, costringe sempre a ricominciare daccapo". Senza scendere dalla croce, abbandonandola: "Non si è trattato di una ritirata sotto la pressione degli eventi o di una fuga per l'incapacità di farvi fronte. Uno non può dimettersi quando le cose non sono a posto". Questo è tutto Ratzinger: se non vi va bene, leggete dell'altro. Nessuno obbliga a seguire il Cristo. Se lo fate, ricordate sempre d'esser stati voi a scegliere di seguirlo: "Lo pregherò di essere indulgente con la mia miseria". E' il pensiero ultimo, che forse è sempre stato il primo, dell'uomo che per più di tre decadi è rimasto a capo della più granitica istituzione mondiale. La più ambiziosa, forse anche la più paradossale.

Il New York Post, dopo il famoso discorso all'Onu dell'aprile 2008 di Benedetto XVI scrisse: "Chi non è toccato da queste parole vuol dire che non è vivo". Eppure nella sua lapide chiede l'accortezza che ci sia "solo il nome". Meglio se a matita, verrebbe voglia d'aggiungere dopo Ultime Conversazioni. Ch'è una sorta di resoconto biografico, non certamente il canto-del-cigno, più scampoli di magistero di un papa-mistico, silenzioso. Che scrive in piccolo e a matita, che chiede anticipi di simpatia, ch'è entrato nel chiasso della mondanità, affascinandola, con una cisterna di silenzio sotto-braccio: "Il mattino, durante la messa, io ho bisogno di silenzio, di raccoglimento". Quasi un ultimo consiglio di stile: andare avanti, guardando indietro, dentro. Accecati dal Mistero ultimo.

Ch'è l'esatto opposto del cristianesimo-del-gambero.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.  


COMMENTI
12/09/2016 - Interpretazioni (roberto castenetto)

Il libro presenta anche passaggi enigmatici. Ad esempio, nell’introduzione, il giornalista intervistatore, Peter Seewald, scrive: "Con il pontificato di Benedetto XVI è terminata un'era, forse perfino un eone, una di quelle epoche che segnano a ritmo millenario le grandi svolte della storia. Gli otto anni del suo ministero sono stati una sorta di grandi esercizi spirituali di cui la Chiesa aveva bisogno per consolidare il castello interiore e rafforzare la propria anima. Visto così, l'ultimo papa di un'epoca di decadenza ha costruito il ponte per l'avvento del nuovo - qualunque forma esso assumerà. Una volta portato a termine il suo compito ha rimesso il suo incarico. E non ha più parlato". Ma gli eoni non esistono nella storia cristiana, trattandosi di lessico gnostico. A un certo punto dell’intervista sempre Seewald chiede a Benedetto perché ha scritto il testo delle dimissioni in latino. E il Papa risponde: "Perché una cosa importante si fa in latino. Inoltre il latino è una lingua che conosco così bene da poter scrivere in modo decoroso. Avrei potuto scriverlo anche in italiano, naturalmente, ma c'era il pericolo che facessi qualche errore". Ma, essendo noto che il testo presenta degli errori, perché insistere sulla competenza nella lingua latina? Sono un insegnante di lettere, abituato a leggere e interpretare testi, e questi indizi non mi lasciano indifferente.