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LETTURE/ Munaretto, nelle cose i segni di un "oltre" a cui prestare ascolto

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Vincent Van Gogh, Campo di grano con corvi (particolare) (1890)  Vincent Van Gogh, Campo di grano con corvi (particolare) (1890)

Munaretto, sulla scorta del Luzi di Per il battesimo dei nostri frammenti che chiedeva alla parola di "volare alto" rimanendo fedele al proprio significato ("Vola alta, parola, cresci in profondità,/ tocca nadir e zenith della tua significazione"), è alla ricerca di una lingua "chiara" e di una sintassi "fedele alla realtà" (p. 39). In questa traiettoria, la lingua poetica deve poter ospitare "un po' di celeste brillare" (p. 40) e il pensiero ritorna finalmente a "illimpidirsi" per "tornare a vedere/ la luce delle betulle e della neve" (p. 40). 

La leggerezza ricercata da Munaretto, contrapposta alla "pesantezza" di alcuni poeti contemporanei che "non hanno/ l'ardire l'onestà/ di far spiccare ai loro versi un salto" (p. 21) consiste in una sorta di recupero del proprio "peso", del proprio nutrimento essenziale ed umano. Leggerezza come slancio verso l'alto in una tensione morale e conoscitiva ("che sa il sapere che non ha/ la freccia puntata verso l'alto?", p. 21) riflessa anche nel tessuto linguistico ("La punta della mente tutta tesa/ umilissimamente dentro il vero/ che luce anche nel piccolo fonema", p. 22). Si tratta di una vera e propria "leggerezza per scalare il vento", come quella delle biciclette eleganti e robuste di Silvano Comerio, biciclettaio-artigiano che nell'omonima poesia diventa il simbolo di un mondo ormai scomparso: "Non amavi come usa/ i pezzi fatti in serie,/ per non durare – l'opera/ senza amore che vale, può mai stare/ il bello senza il bene?" (p. 27). Oppure la leggerezza del campione brasiliano Pelé, mirabilmente ritratto in Torna Pelé come magico emblema di un cuore umano ancora capace di sognare l'impossibile: "Pelé poesia della mia vita,/ che danzi sopra l'erba/ scivoli tra gli avversari/ non hai nemici,/ s'arrendono a te e sono felici/ i cuori che sognano/ semplicità e bellezza" (p. 41).

In questo percorso alla ricerca della "leggerezza" l'autore è ben consapevole che la poesia, come anche le altre attività dello spirito umano, non può prescindere dalla tradizione, storia viva che perdura di padre in figlio: "Forse è questo che rifiutano,/ la fatica di durare dentro un solco/ scavato duramente,/ amato con tenacia, proseguire/ l'opera dei padri" (p. 35). La figura del "maestro" ritorna numerose volte nel libro, come ad esempio nell'acuta ed originale Un po' di gesso sulle dita in cui assistiamo ad una vera e propria lezione scolastica in medias res (l'autore è infatti professore di italiano e latino in un liceo pavese). Dopo aver espresso la propria predilezione per i tradizionali supporti scolastici (il gessetto alla lavagna contrapposto alle "dive arti virtuali") Munaretto mostra attraverso la figura di Enea come anche la tradizione possa tornare, proprio attraverso la scuola, ad essere un nucleo pulsante di vita: "La voce anche s'inchina a volte./ E ripete e ripronuncia/ da sola/ senza giochi di prestigio/ che Enea fu pio,/ portò il padre sulle spalle,/ il figlio per mano/ fuori dal crollo e dalle fiamme;/ fu fedele/ a qualcosa che appena intuì/ e intuiva la grandezza e il suo mistero./ Enea fu vero" (p. 24). 



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