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LETTURE/ Munaretto, nelle cose i segni di un "oltre" a cui prestare ascolto

Pubblicazione:

Vincent Van Gogh, Campo di grano con corvi (particolare) (1890)  Vincent Van Gogh, Campo di grano con corvi (particolare) (1890)

Ci sono poeti capaci di attraversare dal di dentro i drammi del proprio tempo, finendo per portare nella propria lingua i segni della catastrofe: sconvolgimenti formali, fratture, vuoti, silenzi. Altri che, con la stessa grazia e fermezza di uno scultore, lavorano sui mille particolari di un edificio dalle fondamenta saldamente ancorate a terra: togliendo e aggiungendo, cesellando, mirando alla massima perfezione formale. A questa seconda specie appartiene Matteo Munaretto (Canegrate, 1977), che con il suo Il cielo è dei leggeri per Interlinea edizioni amplia ed approfondisce tematiche e motivi già anticipati nel precedente Arde nel Verde (Interlinea, Novara 2010, con prefazione di F. Bandini). 

Il titolo della raccolta, variazione del passo evangelico di Matteo 11,12 ("Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono") delinea con precisione la tensione morale che anima la poesia di Munaretto, tutta protesa verso l'alto e pronta a leggere nel quotidiano e nella natura i segni di un "oltre" a cui prestare ascolto: "Se trillano/ le foglioline fresche sulle siepi/ c'è chi ne ascolti il giubilo?/ L'arco di nubi chiare/ non sta lassù per dare/ a menti ardimentose/qualche minuto arioso di trionfo?/ C'è chi lo voglia?" (p. 70).

La domanda percorre incessantemente le liriche della raccolta, mettendo l'uomo contemporaneo di fronte a un interrogativo senza possibili vie di fuga: esiste ancora un cuore vivo, disposto a ricercare il bello, il vero, il bene? Esiste un cuore capace, in mezzo a tanta anestesia generalizzata, di amare ancora la realtà riconoscendone un soffio di misteriosa positività pur di fronte a tanta negazione, mistificazione, lamento? Munaretto ama, osa, spera, lascia che un imprevisto possa sovvertire i "polverosi calcoli" concedendo all'uomo che cerca e domanda il dono illuminante della grazia, paragonata al sorriso disarmato di un neonato attraverso una finestra toccata dal sole: "La grazia è sì impetuosa,/scende da un fuoco divorante ma/ leggera/ leggera precipita col passo,/ se potesse, inavvertibile/ traverso una finestra spalancata/ una domenica mattina di sole appena s'apre/ l'imprevisto/ improvviso sorriso di un lattante" (p. 93).

La leggerezza di cui ci parla Munaretto non ha a che fare, almeno ad un primo esame, con la celebre leggerezza del Calvino delle Lezioni americane, in cui lo scrittore afferma: "Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l'inerzia, l'opacità del mondo: qualità che s'attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle". La leggerezza a cui aspira Munaretto sembra forse possedere, rispetto all'opposizione calviniana leggerezza-peso, una qualità che le permette di osare un salto ulteriore, di ardire, di volare alto senza sfuggire "l'opacità del mondo" ma cercando in profondità una limpida sorgente che possa rischiarare le tenebre: "bramavi, provavi a stringere/ a penetrare/ fino al puro pulsare, allo zampillo/ in cui ogni istante l'essere è infuso al mondo,/ al punto in cui/ la notte/ non è più notte, è un suono di coralli…" (p. 133). 



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