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LETTURE/ Soli contro tutti: Enzo Tortora e Luigi Calabresi

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Enzo Tortora (1928-1988)  Enzo Tortora (1928-1988)

Le corrispondenze di Tortora erano decisamente controcorrente ed egli non mancava di esortare Calabresi a restare sereno e ad aver fiducia nella giustizia, esortazione, quest'ultima, particolarmente amara se si tiene a mente la sorte toccata proprio a Tortora e proprio per colpa di una giustizia indegna di quel nome. In quel periodo, Tortora aveva rotto con la tv di Stato, che non gli garantiva più la libertà di cui aveva sempre goduto, ed era stato assunto dall'editore Monti, in attesa di un incarico di prestigio alla tv svizzera. I suoi sentimenti nei confronti di Luigi Calabresi emergono in tutta la loro umanità nell'articolo che scrisse per  La Nazione e per Il Resto del Carlino di giovedì 18 maggio 1972, all'indomani dell'assassinio di Calabresi. Eccone un brano:

"Io so cosa avrebbe fatto oggi di così terribile il dottor Luigi Calabresi, romano, di anni 35, coniugato, con due figli piccini, e un terzo in arrivo. Io so cosa avrebbe fatto, ieri, il dottor Luigi Calabresi, ufficiale di polizia giudiziaria, 270 mila lorde mensili, assegni familiari compresi. Lo so perché lo faceva tutti i giorni. Lo so perché gli ero amico. Lo so perché gli volevo bene. Avrebbe per prima cosa messo in moto quella piccola, vecchia "500", davanti alla quale s'è invece abbattuto, in un lago di sangue. Sarebbe poi andato in ufficio: via Fatebenefratelli, piano quarto. Una stanza disadorna, dai muri grigi. Avrebbe lavorato duro come sempre: forse alle 14 avrebbe staccato un attimo, il tempo per un panino e una birra. E poi di nuovo, fino a sera, senza tregua. Avrebbe certo telefonato alla moglie, Gemma, chiedendole come andava, se le nausee le davano fastidio, chiedendole soprattutto come stavano i bambini. Dormivano probabilmente ancora, quando lui era uscito. Avrebbe anche detto a Gemma, come al solito: 'Statti tranquilla, stasera ti porto io quel pane'. E si sarebbe infatti fermato, come faceva spesso, in un certo negozietto, dove, mi diceva sempre, vendevano un ottimo pane. Perché il commissario capo Luigi Calabresi non poteva permettersi, naturalmente, una persona di servizio. Ma non gli dispiaceva. Dio sa quanto mi costi oggi scrivere queste cartelle. E Dio sa quanto mi costi parlare di un amico con il quale, appena tre sere fa, ero a cena. Come spesso capitava. Vorrei però dire ai lettori subito una cosa. Non credo che Luigi Calabresi sia stato ucciso da tre pallottole. Io credo che il commissario Calabresi sia stato ucciso da piombo sì, ma anche dal piombo di certi giornali, che per lui avevano coniato da tempo, e in esclusiva, gli insulti più atroci, i marchi più roventi e infami, che avevano allestito un retroterra ideale per un delitto".



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