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LETTURE/ Quelle "peripezie" della bellezza che da Plotino arrivano fino a noi

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Andrej Rublëv, Trinità (1422)  Andrej Rublëv, Trinità (1422)

Ma una divaricazione tra la bellezza, da un lato, e l'essere (il bene) e la verità, dall'altro, si apre quando la bellezza venga pensata nella sua forma sensibile. Il Fedro precisa e articola il rapporto tra bello, vero e bene, pensando la bellezza come ciò che fa da tramite verso il mondo ideale, perché essa è la più percepibile dai sensi e la più amabile (250 d), anzi provoca brividi e accensioni (251 a-b); significativamente però osserva che sono pochi gli uomini che a partire dalle immagini terrene riescono a ricordare la bellezza del mondo ideale (250 a-b). 

Di qui l'atteggiamento ambivalente di Platone nei confronti della bellezza naturale: essa può costituire un tramite verso la pura bellezza, ma più facilmente l'accesso ad essa resta bloccato. A maggior ragione l'arte, in quanto esprime un'ulteriore degradazione ontologica, risulta lontana dalla bellezza e perciò dalla verità. Dunque allo stesso tempo Platone afferma la piena convergenza tra bellezza e verità, quando si tratti della bellezza ideale, e invece la loro separazione, quando si tratti della bellezza naturale e artistica.

Plotino ripropone il diretto riferimento della bellezza al bene intendendola come lo splendore dell'idea (Enneadi, VI 2 18), ciò che rende amabile il bene (I 6 7). Essa non va pensata come mera apparenza: la bellezza è una vera realtà, e bellezza e bontà — dice ancora Plotino — sono la stessa cosa (I 6 6). Ma altrove precisa che il bello è generato dal bene e questa generazione — e qui sta una prima differenza rispetto a Platone — conferisce al bello una certa autonomia, perché consente al generato di sussistere per conto suo, mentre il generante, il bene, rimane al di là di esso (V 5 12). Vi è dunque un'identità e insieme una distinzione tra bene e bellezza, che definisce una gerarchia senza separazione. La bellezza è l'essere primo come luogo delle idee, il bene è al di là ed è principio e sorgente del bello (I 6 9). Quanto poi ai caratteri della bellezza, Plotino la intende platonicamente come simmetria e misura (I 6 1), come l'idea che dà ordine e unità alle diverse parti di un essere (I 6 2).

Una seconda significativa differenza rispetto alla prospettiva platonica si ha a proposito della bellezza naturale e di quella artistica. Se ancora strettamente platonica è l'affermazione che le bellezze dei corpi sono immagini della vera bellezza e che perciò chi le vuole afferrare come se fossero realtà, fa la fine di Narciso (I 6 8), è tuttavia significativo che Plotino ammonisca a non disprezzare le bellezze terrene, perché esse ci conducono e rinviano alla bellezza intelligibile (II 9 17). E, in chiave antignostica, egli osserva che non sono nel giusto quelli che criticano questo mondo, a meno che intendano dire che non è il mondo superiore (V 8 8). 

La bellezza finita può esser allora considerata da due punti di vista, come imperfetta e come manifestazione della perfezione. Se qui la differenza rispetto a Platone è più di accento che di contenuto, la differenza si fa più rilevante nella trattazione del bello artistico. Secondo Plotino, le arti non si limitano a imitare le cose che vedono ma invece si elevano alle forme ideali.  



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