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LETTURE/ Quelle "peripezie" della bellezza che da Plotino arrivano fino a noi

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Andrej Rublëv, Trinità (1422)  Andrej Rublëv, Trinità (1422)

Esse producono molte cose di per se stesse, perché, possedendo in se stesse la bellezza, aggiungono alla natura qualcosa che le manca, come Plotino sottolinea quando, parlando dello scultore Fidia, osserva che egli non guardò a un modello sensibile (V 8 1). Dunque si può affermare una superiorità ontologica dell'arte rispetto alla natura, perché essa guarda non tanto alla natura quanto piuttosto alla bellezza ideale.

Ora però dopo avere riavvicinato bellezza sensibile e bellezza ideale, ecco che la dialetticità del pensiero di Plotino ci costringe a un nuovo capovolgimento: tra l'una e l'altra va infatti riconosciuta una differenza qualitativa e non soltanto di grado. Come il bene, così anche la vera bellezza non ha una forma determinata a differenza delle cose belle che ne partecipano, è piuttosto l'informe che genera la forma: la natura prima del bello è senza forma (VI 7 33). Ciò comporta che la bellezza finita sia non tanto copia dell'Uno, del Bene, del Vero, ma anzituttociò che lo presenta portandolo all'esistenza.

La bellezza finita è l'apparire dell'Uno, la condizione della sua manifestazione, e lo è come forma compiuta e come armonia, che sono il riflesso dell'unità. Se, conclusivamente, mettiamo insieme la tesi di una relativa autonomia del bello, come il generato rispetto al generante, e questa tesi della differenza fra bellezza senza forma e bellezza come forma, non si potrà forse dire che la bellezza finita aggiunge qualcosa di essenziale all'Uno stesso, pur non essendone indipendente? Come vedremo, questo nodo teorico avrà ancora rilevanti sviluppi nel Novecento. 

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