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LETTURE/ Quelle "peripezie" della bellezza che da Plotino arrivano fino a noi

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Andrej Rublëv, Trinità (1422)  Andrej Rublëv, Trinità (1422)

"Bellezza e verità" è il titolo del 71esimo convegno della Fondazione Centro Studi Filosofici di Gallarate. Il convegno si svolge a Roma dal 22 al 24 settembre 2016. Le relazioni principali sono affidate a Claudio Ciancio, Virgilio Melchiorre, Jean-Luc Marion, Giorgio Bonaccorso, Federico Vercellone e Costantino Esposito. Di seguito proponiamo lo stralcio iniziale della relazione di C. Ciancio su "Convergenza e separazione di bellezza e verità".

 

Il rapporto fra bellezza e verità è una questione cruciale della cultura occidentale, che ha attraversato la filosofia e la teologia, la pratica e la teoria dell'arte, l'uso sociale dei prodotti artistici, il nostro rapporto con la natura e la relazione fra tecnica e natura. Non posso certo affrontare qui tutti questi problemi, mi soffermerò soltanto su qualche momento particolarmente significativo della vicenda di quel rapporto nelle sue oscillazioni e nelle sue varianti fondamentali tentando di rendere ragione dell'esito attuale e delle possibili prospettive a partire dalla configurazione decisiva che ha assunto alle origini, e cioè con Platone e il neoplatonismo [...].

Devo subito riconoscere che il tentativo di riproporre in positivo il rapporto bellezza/verità appare oggi particolarmente azzardato, perché nella sua vicenda storica esso sembra essersi irrimediabilmente usurato, al punto che non solo la loro separazione sembra definitiva, ma anche che la stessa consistenza e della bellezza e della verità sembrano dissolversi.

È importante mettere in luce l'implicazione reciproca di questi due aspetti e cioè la separazione e l'impoverimento di bellezza e verità. La loro separazione porta con sé conseguenze negative per entrambe, produce il loro impoverimento. 

Infatti la bellezza, privata dello spessore della verità, finisce per assumere un ruolo marginale nella cultura e nella società: la produzione e la contemplazione della bellezza diventano momenti di evasione, i suoi prodotti vengono "musealizzati", quelli artistici nei musei veri e propri, quelli naturali nelle aree protette. D'altra parte la verità, non più pensata nella dimensione manifestativa della bellezza, si riduce a questione soltanto logica e scientifica, a funzione del discorso o a valore della conoscenza. 

Quando invece la verità sia pensata nell'orizzonte della bellezza, allora questa acquista un rilievo che eccede l'ambito estetico, assumendo una funzione rivelativa. E, reciprocamente, se la bellezza è pensata nell'orizzonte della verità, allora quest'ultima assume caratteri quali la forma organica e l'evidenza manifestativa (lo "splendore della verità"). All'inverso è evidente che l'impoverimento della verità e della bellezza, restringendo la bellezza a un ruolo esclusivamente estetico e la verità a questione soltanto epistemologica, ha come conseguenza la loro separazione.

Si può forse dire che in Platone sia già racchiusa tutta la vicenda del nostro problema, dall'estremo della convergenza a quello della separazione. Anzitutto per Platone la bellezza è inseparabile dalla verità e dal bene e, più precisamente, è il bene (dunque il principio dell'essere) a unificare bellezza e verità (Filebo 65 a), che sono manifestazioni dell'essere. L'Ippia maggiore insiste soprattutto sull'identità di bellezza e bene: proprio perché non può essere diverso dal bene, il bello va distinto dal piacevole e dall'utile; e ancora il Timeo sostiene che ciò che è buono è bello (87 c).  



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