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LETTURE/ W. Eugene Smith, usare la verità come pregiudizio

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Eugene Smith, fermo immagine da youtube  Eugene Smith, fermo immagine da youtube

La tecnica fotografica di Smith giocava tutta su questo rapporto. Vediamo le sue parole: "Ho sovraesposto circa tre volte il tempo necessario. So che tutti dicono che in tal modo si ottengono delle stampe piatte e con la parte centrale statica. Ma per me non è così… Certamente i volti sono necessariamente marcati, ma i particolari nell'ombra sono nitidi". 

In occasione di una sua retrospettiva al Jewish Museum di New York, ai curatori che gli chiesero che titolo voleva dare alla mostra che consacrava il suo lavoro complessivo, rispose "Leth Truth be the Prejoudice", e così fu. Questa certezza di rinvenire il vero dentro la circostanza umana e storica fa di Smith il rivelatore di quella realtà che rende il visibile "segno". Non solo il "visibile", ma anche "l'invisibile", l'intenzione dell'azione, così che le ragioni dei gesti delle mosse della storia, singola o comunitaria, si palesano mostrando che sempre, sempre l'agire è per un significato ultimo. E' certamente questo il motivo per cui Smith è maestro del reportage, della "narrazione", perché fa accorgersi della "storia" che accade sotto i nostri occhi, stanchi o distratti, chiusi per pretesa o sbarrati per abitudine. Come recita una sua frase in mostra: "La fotografia è una piccola voce, nel migliore dei casi. Tuttavia qualche volta — solo qualche volta — una fotografia o una serie di fotografie possono farci prendere coscienza di un avvenimento" per questo la mostra milanese prende a titolo la medesima frase, "Usate la verità come pregiudizio".

Per tentare di inquadrare il carattere di Smith si potrebbe ripartire dalle parole sopracitate, "ma per me non è così…". Irrequieto fino alla violenza se qualcuno cercava di regolarne le abitudini, Smith, non era insolito a scatti d'ira, più di una volta è capitato che scagliasse la sua macchina fotografica contro un muro. Celebre in questo senso è una foto scattata dal suo assistente, Robert Harrah, durante una cena nel 1948. Nello scatto si vede una tavola illuminata da una candela; davanti a Smith seduto c'è un bicchiere pieno con del ghiaccio; l'artista ha dei piccoli baffi e porta le bretelle e gli occhiali; ma ciò che colpisce l'occhio è il vistoso cerotto che ha su un dito. Come avrà modo di spiegare Harrah in un'intervista, "Il cerotto sulle nocche si era reso necessario dopo una conversazione telefonica con Life in seguito alla quale Gene sferrò un pugno contro una porta". 

Ma un altro aspetto forse imprevisto del suo carattere è la grande ironia. Racconta ancora Harrah che durante un viaggio lui e Smith si fermarono in un albergo per trascorrervi la notte, e le cena per due fu servita nella camera di Harrah. Ecco le sue parole: "…seguì il cameriere e appese sulla porta il cartello 'non disturbare' e dandogli la mancia gli disse 'non è il tipo più attraente e bello che abbiate mai visto?'. Il povero cameriere si ritirò confuso. 'Vedi Robert non puoi rovinare la mia reputazione più di quanto non faccia io stesso. Mangiamo, su, topino".  



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