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LETTURE/ W. Eugene Smith, usare la verità come pregiudizio

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Eugene Smith, fermo immagine da youtube  Eugene Smith, fermo immagine da youtube

Un uomo necessario al nostro tempo. Così uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi viene evocato in una grande mostra inaugurata dal Centro Culturale di Milano nella sua nuova sede, nel cuore della città. E' William Eugene Smith, fotoreporter, fotogiornalista e genio enigmatico. Smith, accompagnato dall'occhio critico dell'artista ribelle (vedremo perché) con la sua macchina fotografica ha attraversato e immortalato diversi periodi, che vanno dalla depressione della seconda guerra mondiale al benessere del dopoguerra fino ad arrivare al periodo della disillusione, lavorando in quattro continenti. 

Ciò che contraddistingue Smith dagli altri grandi reporter della sua generazione è la consapevolezza che nella sua attività creativa la dimensione etica e quella estetica sono inseparabili, perché l'attimo dello scatto lega per sempre l'uomo che fotografa all'uomo fotografato ed ogni immagine così realizzata plasma, trasforma, indirizza nel bene o nel male il destino di entrambi ed il destino del mondo (ne La camera chiara, Roland Barthes scriveva che "nell'amore fatto nascere dalla Fotografia (da certe fotografie), un'altra musica dal nome estremamente démodé si fa udire: la Pietà"). 

Smith nacque a Wichita, nel Kansas, il 30 dicembre del 1918 e morì a Tucson, in Arizona, il 15 ottobre 1978. Come ebbe modo di dire una volta, la sua vocazione era quella di registrare, con la parola o con la fotografia, la condizione umana. Difficile dire se riuscì nel suo intento. Quello che è certo è che nel corso della sua vita, seppur breve e piena di sofferenza, egli ebbe modo di realizzare scatti di un'efficacia tale da mutare il modo di concepire la storia. Smith era un uomo dal temperamento drammatico e dalle emozioni violente, se non rabbiose, come si evince da una sua stessa dichiarazione: "Io fotografo — il mio nome è muto. Rabbia e dolore infiammano l'universo della mia esistenza. Il dolore è come un tornado che inaridisce e raggela. Ho molte cose da esprimere e tra queste scuse, pensieri e recriminazioni. È tardi per mettermi sulla traccia del dollaro, traccia indicata in qualche modo nella foresta meccanizzata, sul suo terreno di cemento. La traccia della mia preda è ripugnante anche quando la inseguo con bramosia — ma chi rincorre e chi è rincorso e chi è colui che corre su questa pista circolare?". 

Ci fu in Smith in principio nascosta, ma in ultimo palese, quella che si potrebbe definire "un'oscurità ottocentesca", illuminata dalle luci di quella colpa senza nome che ha sempre ottenebrato lo spirito creativo americano; si vedano alcuni maestri della letteratura quali Poe, Melville o Dickinson. Infatti, osservando alcuni suoi celebri scatti, possiamo notare come le zone oscure siano predominanti nella fotografia stampata. Nell'oscurità Smith trovava un tetto, e il tachicardico cuore dell'umanità, nella sua fotografia, veniva illuminato da drammatiche situazioni di luce.



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