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LETTURE/ Babele, il bello di moltiplicare gli universi

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Una "Commedia" di Dante appartenuta a Galilei (LaPresse)  Una "Commedia" di Dante appartenuta a Galilei (LaPresse)

Si possono aprire spazi minuscoli come accade nel caso di gurfa, che in arabo è l'acqua che si può tenere nell'incavo della mano. O si possono inaugurare intere tradizioni culturali come avviene nel passaggio dall'ebraico'ehyeh al greco On o dall'ebraico tob al greco kalos che diventerà il latino bonum, o ancora come accade nella storia del concetto di amore dall'ebraico 'ahavah, passando per la dialettica eros e agape nel greco e per il latinocaritas per finire nel moderno carità/amore. Concetti che sono stato considerati intraducibili ma che tradotti hanno cambiato l'enciclopedia occidentale, non ebraica e non più greca, qualcosa di diverso che deriva da questo tentativo continuo di vincere l'intraducibile. 

In questo senso parlare d'intraducibili, come dice Barbara Cassin nella sua introduzione al Vocabulaire Européen des philosophies (Dictionaire des intraduisibles), è parlare di ciò che non finisce mai di essere tradotto. Gli intraducibili possono far nascere concetti nuovi creando neologismi o imponendo un nuovo senso a parole.

E visto che abbiamo citato esempi biblici, vorrei ricordare il mito di Babele che per una volta con Paul Ricoeur e Paul Beauchamp (Paul Ricoeur, "La traduction, un choix culturel" Esprit 6, 1998) possiamo interpretare non come la condanna divina che un Dio lontano infligge agli uomini. Una prospettiva che sottolinea una storia di progressiva diversificazione dall'informe delle origini alla molteplicità delle genti. Una storia che parte dalla Genesi, cioè dalla diversificazione degli elementi che permette l'emergere di un cosmo da un caos, per continuare con la cacciata dal giardino dell'Eden e la perdita dell'innocenza, che è sì una separazione ma può anche essere interpretata come un passaggio all'età adulta, toccando l'uccisone di Abele, una rottura che fa però della fratellanza un qualcosa che non è più un dato di natura ma ha un valore etico. Una storia che si conclude appunto con Babele, che porta la diversificazione nel linguaggio stesso, in ciò che c'è di più umano in assoluto e si conclude con la moltiplicazione delle lingue da intendere però come ricchezza e non come povertà. Babele non è una condanna, al contrario è una possibilità in più.

Se hai una lingua sola, come prima di Babele, si finisce per ridursi a parlare delle stesse cose, non si è investiti da tutto ciò a cui l'estraneo ci provoca. Un po' come in quei gruppi in cui si sta sempre fra le stesse persone e alla fine si dicono e si pensano sempre le stesse cose. Se le lingue e le culture non subiscono l'impatto dell'estraneo invecchiano e basta. E  una volta invecchiate muoiono. Babele è dunque una ricchezza perché la moltiplicazione delle lingue è stata la moltiplicazione degli universi che possiamo pensare. 

Essa ci ha dato come compito proprio quello di tradurre perché il nostro pensiero si aprisse a orizzonti mai pensati possibili prima.



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