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LETTURE/ Guardini e quella scomoda finestra aperta sull'assoluto

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Romano Guardini (1885-1968)  Romano Guardini (1885-1968)

Abbiamo ucciso la malinconia. L'abbiamo colpita al cuore con il nostro tempo ultrarapido, così inclinato al "fare" invece che all'"essere". È un orizzonte delineato più volte da Benedetto XVI, negli anni del suo Pontificato, ma anche nel suo precedente e inesauribile "cantiere" teologico. In Guardare a Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità (Jaca Book), un'originalissima guida per un ritiro spirituale lontano dalla frenesia del mondo, scriveva: "Il potere dell'uomo, nel senso del dominio del mondo, è giunto a proporzioni quasi vertiginose. Nel 'fare' siamo diventati grandi, anzi grandissimi, ma nell'essere, nell'arte dell'esistere le cose stanno diversamente. Sappiamo che cosa si può 'fare' delle cose e degli uomini, ma di ciò che le cose sono, di ciò che l'uomo è non parliamo neppure più". 

Potrà sembrare strano, ma per riscoprire un orizzonte autentico per la nostra vita possiamo ripartire dalla malinconia. È quanto suggeriva Romano Guardini in un libretto di appena 80 pagine intitolato Ritratto della malinconia pubblicato nel 1952 dalla Morcelliana di Brescia e da allora sempre felicemente ristampato. È quasi un opuscolo, ma con intuizioni profetiche. In apertura, Guardini scandaglia l'anima di un grande malinconico, Kierkegaard, il filosofo dal cuore martirizzato, il poeta del Diario e del Frammento contro il rigore e le strettoie del Sistema (sugli ultimi giorni del pensatore danese e sulla sua tragica relazione con Regina Olsen è uscito per Iperborea l'intenso romanzo Uomo dell'istante). 

Un paio di passi dai Diari di Kierkegaard (scelti da Guardini) danno la misura del drammatico "corpo a corpo" ingaggiato con la malinconia. "Quante volte mi è già successo in passato quello che mi succede ancora una volta. Mi sento sprofondare nel tormento della malinconia più cupa; l'uno o l'altro pensiero mi si aggrovigliano talmente intorno che non so più districarmene, e poiché stanno in rapporto stretto con la mia propria esistenza, ne soffro indescrivibilmente. Poi, trascorso un po' di tempo, il bubbone scoppia e allora vi si scopre al di sotto la più ricca e attraente produttività — proprio quella che sul momento mi serve... Sì, ma fin che la sofferenza dura, è un tormento immane". 

E ancora: "Sin da bambino sono stato in potere di una tremenda malinconia, la profondità della quale trova la sua espressione vera unicamente nella prontezza, ugualmente tremenda, che mi fu concessa, di nasconderla sotto un'apparente allegria e gioia di vivere — la mia sola gioia, per quanto io mi posso ricordare, consistendo nel fatto che nessuno fosse in grado di scoprire quanto infelice io mi sentissi. Dove l'esatto rapporto tra la malinconia e la capacità di finzione (che sono ugualmente grandi) stava a significare che io ero affidato a me stesso e al rapporto con Dio".  



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