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LETTURE/ Borgna, la tenerezza che serve per accettare la realtà

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Simone Weil (1909-1943) (Foto dal web)  Simone Weil (1909-1943) (Foto dal web)

Ciò non significa affatto tessere un elogio del malessere, bensì andare alla ricerca di un senso nell'apparentemente insensatezza del dolore — di ogni dolore, ma con particolare attenzione a quello psichico, forse il più devastante di tutti —, che può divenire per Nietzsche "l'estremo liberatore dello spirito", o che viene visto dalla Weil quale necessità inevitabile che ogni essere umano deve saper attraversare/accogliere. Sempre tenendo presente, a detta del nostro psichiatra, di come incerti e continui siano negli umani, oggi come ieri, gli "sconfinamenti" tra salute mentale e follia, tra normalità e patologia conclamata.

Ogni malheur, quindi (per dirla nel francese della Weil), ogni sventura può venir colta come ventura; nel senso che la nostra sorte è comunque contraddistinta — presto o tardi — dalla malattia o dal venir meno di cose, persone, luoghi, progetti, conseguimenti, e chi più ne ha ne metta. In quanto l'umana condizione è transeunte, sempre esposta al rischio della perdita, del mutamento o del commiato; vedi innanzitutto quello estremo, l'exitusdalla vita. Accettare questa precarietà/instabilità senza illudersi di poterla evitare è dunque forse la ricetta migliore per un'esistenza, se non nel segno della salute ottimale, almeno in quello della saggezza.



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