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LETTURE/ La scuola italiana e il "programma" dell'imperatore Giuliano

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Particolare del Colosseo (LaPresse)  Particolare del Colosseo (LaPresse)

In greco, si studia la letteratura fino all'età ellenistica, poi più nulla; in latino si arriva forse ad Apuleio: in entrambi i casi, di regola si ignora completamente la letteratura cristiana. Per la scuola italiana il Nuovo Testamento non esiste, non esistono Clemente e Origene, non esistono i padri Cappadoci, né Tertulliano, Girolamo, Ambrogio e neppure Agostino (in qualche programmazione, tra quelle che ho visto, di quest'ultimo autore può esserci uno sparuto frammento, che però galleggia nel vuoto). Il corso di letteratura italiana, nato male in terza con l'assurda impostazione di un "problema delle origini" di cui non si viene a capo perché si ignora quasi totalmente la cultura latina medievale, finisce in quinta con una ormai sempre più affannosa e inadeguata rincorsa della contemporaneità di cui, tra gli altri, fa le spese quel poco di Dante che vi è rimasto. Nei programmi di filosofia, temo che non vi sia spazio neanche per l'idea di una filosofia cristiana (idea che del resto a molti docenti pare una contraddizione in termini) e si risente pesantemente il deficit culturale derivante dall'eliminazione della teologia dall'ambito della universitas scientiarum. Se ci si può permettere di studiare e insegnare Dante senza conoscere la teologia cattolica, ci si può anche permettere di capire assai poco di Hegel presentando la sua filosofia a prescindere dalla teologia trinitaria (benché già da Feuerbach dovrebbe essere chiaro che quella di Hegel è "teologia mascherata").
Si potrebbe continuare a lungo, ma la faccio breve: il messaggio fondamentale che passa attraverso l'assetto culturale delle discipline scolastiche è che il cristianesimo è una cosa del passato, un fattore tra i tanti della nostra storia, ma non un punto di confronto particolarmente importante e attuale. La fede non c'entra con la cultura (quanto meno con la cultura attuale). Quindi non viene interpellata quando si tratta di formare i giovani alla critica, cioè al giudizio sulla realtà. Giovanni Paolo II formulò, più di trent'anni fa, un criterio ermeneutico fondamentale per la comprensione della storia della cultura europea: "Se nel corso di crisi successive la cultura europea ha cercato di prendere le sue distanze dalla fede e dalla Chiesa, ciò che allora è stato proclamato come una volontà di emancipazione e di autonomia, in realtà era una crisi interiore alla stessa coscienza europea, messa alla prova e tentata nella sua identità profonda, nelle sue scelte fondamentali e nel suo destino storico. L'Europa non potrebbe abbandonare il cristianesimo come un compagno di viaggio diventatole estraneo, così come un uomo non può abbandonare le sue ragioni di vivere e di sperare senza cadere in una crisi drammatica. È per questo che le trasformazioni della coscienza europea spinte fin alle più radicali negazioni dell'eredità cristiana rimangono pienamente comprensibili solo in riferimento essenziale al cristianesimo". Per questo, "le crisi dell'uomo europeo sono le crisi dell'uomo cristiano. Le crisi della cultura europea sono le crisi della cultura cristiana" (Discorso ai vescovi europei, 5 ottobre 1982). Che agibilità può mai avere un formidabile strumento conoscitivo come questo, nell'attuale assetto della scuola italiana?



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