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LETTURE/ La scuola italiana e il "programma" dell'imperatore Giuliano

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Particolare del Colosseo (LaPresse)  Particolare del Colosseo (LaPresse)


Il punto è che con il cristianesimo non ci si vuole confrontare sul piano dell'intelletto, della cultura, del giudizio. Lo si tollera, ancora, sul piano dell'esperienza privata e di una certa operatività caritativa-sociale ma lo si esclude dal campo dalla cultura. A ben vedere, si è realizzato così il programma dell'imperatore Giuliano (361-363), il primo intellettuale post-cristiano che, una volta salito al trono, all'interno del suo piano di restaurazione del paganesimo progettò una riforma del sistema scolastico romano. Lui che, pur avendo un'approfondita conoscenza del pensiero cristiano, in tutti i suoi numerosi scritti deliberatamente e platealmente lo ignora non volendogli riconoscere alcuna dignità culturale, come legislatore si mostra preoccupato di troncare ogni rapporto tra il cristianesimo e la paideia. Per questo, con un editto del 17 giugno 362 (Cod.Theod. XIII 3,5) dispone che chiunque voglia insegnare venga prima sottoposto ad un esame da parte delle autorità municipali e, in seconda istanza, davanti all'imperatore stesso. In pratica, inventa le abilitazioni! La scuola, così, diventa un affare di stato, e anche se la legge non lo dice (queste cose le leggi non le dicono mai) è difficile negare che tra gli scopi di questa nuova procedura ci sia quello di escludere dall'insegnamento i maestri cristiani. In una sua lettera, infatti, Giuliano dichiara di trovare assurdo che possa spiegare le opere di Omero e degli altri autori della letteratura pagana (che erano allora la base dell'insegnamento scolastico) chi disprezza quegli dèi che da loro sono venerati. Chi non è pagano, e per giunta crede che la fede cristiana possa incontrarsi con la cultura pagana e metterla fecondamente in crisi, stia fuori dalla scuola e "se ne vada nelle chiese dei Galilei a spiegare Matteo e Luca!" (ep. 61c). Missione (quasi) compiuta, maestà.



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