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LETTURE/ Chrusciel, la poesia nel tempo della grande migrazione

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La poesia spesso parla di sradicamento. Come ho detto prima, le parole sono migranti; attraversano confini e spezzano barriere. La poesia ci parla di sete, irrequietezza e smarrimento. Ma ci aiuta anche a ricreare la realtà, specialmente se la realtà "originale" ci ha ferito. In quel senso può ripristinare un senso di appartenenza.

 

Le persone nel tuo libro sono reali? Che rapporto c'è tra la tua esperienza quotidiana e la tua scrittura?

Sì, alcuni personaggi sono reali. Ci sono citazioni e riferimenti, ad esempio ai personaggi del film documentario italiano Io sto con la sposa. Ci sono anche riferimenti ad Alan Kurdi, e ad altre vittime.

 

Derek Walcott scrive che "per cambiare lingua/ devi cambiare vita". E' vero anche per te?

Sì, quando ho lasciato la Polonia per gli Stati Uniti, ho arricchito la mia esperienza e ho anche cominciato a scrivere in inglese. L'inglese mi ha dato una nuova vita attraverso la lingua.

 

La tua poesia è piena di epifanie. Perché questa persistenza del sacro ha bisogno di essere messa in parole?

Per tutto quello che ho detto prima. E anche perché la poesia è abitata da molte voci che vogliono parlare attraverso di noi. Come i dybbuk. Nella tradizione ebraica, il dybbuk è lo spirito di una persona morta prematuramente che ci abita per portare a termine la propria missione. Penso che il dybbuk sia una metafora della poesia… Volevo che le poesie in questo libro fossero dei dybbuk; dessero voce a quelli che non hanno voce né potere. 



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