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LETTURE/ Olimpiadi, cosa resta oggi di una "religione senza Dio"?

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Olimpiadi di Rio 2016, finale di tuffo sincro maschile (LaPresse)  Olimpiadi di Rio 2016, finale di tuffo sincro maschile (LaPresse)

Conclusa la grande kermesse delle Olimpiadi, archiviati il tifo, le ore davanti alla tv, il computo delle medaglie per gli atleti più celebri, ora che iniziano le paralimpiadi e che si parla della candidatura di Roma 2024, vale la pena interrogarsi sul senso e il valore di questa manifestazione periodica, e sul significato, simbolico e non, che lo sport ha assunto nelle nostre vite. Jürgen Moltmann, teologo tedesco e membro della Chiesa evangelica riformata, che ha insegnato Teologia sia a Bonn che a Tubinga, autore fra l'altro di Teologia della speranza (1970), Il Dio crocifisso (1973) ed Etica della speranza (2011), nella sua breve riflessione su Le Olimpiadi come religione moderna si concentra sull'importanza che il mondo contemporaneo attribuisce, universalmente, alle manifestazioni olimpiche: non per nulla il sottotitolo del volumetto è "La dimensione universale della competizione sportiva". Il saggio, edito per la prima volta in Italia con il titolo I giochi olimpici tra politica e religione in "Concilium. Rivista internazionale di teologia", 5, Queriniana, 1989, pp. 137-147, parte dalla pretesa mancanza di rapporto fra Olimpiadi e tematiche politiche. In realtà, ciò non è del tutto vero, perché già Pierre de Coubertin, il fondatore delle moderne Olimpiadi, combinava l'idea della manifestazione sportiva con due interessi politici: uno di politica interna, data l'enorme capacità di distensione che si riconosce allo sport riguardo ai conflitti sociali, quasi che si trattasse di una sorta di "parafulmine sociale", come se la vittoria in una competizione olimpica aumentasse il senso di coesione nazionale; l'altro di politica estera, poiché nella partecipazione alle Olimpiadi si vede sempre in gioco, in senso più o meno forte, "l'onore" di una nazione: per dirla con le parole di de Coubertin, "Il concorrente che partecipa ai giochi olimpici esalta la propria patria". 

Ma, di questi tempi, sembra che dall'atmosfera olimpica siano stati banditi i concetti di gioco e piacere, visto che le Olimpiadi sembrano a volte essere diventate "una lotta di prestazioni a profitto dell'interesse politico" (tenuto conto dei costi dell'organizzazione dei giochi, della preparazione degli atleti, etc.). Ma uno degli elementi più interessanti che sembrano risorgere ogni quattro anni, e su cui Moltmann si sofferma dettagliatamente, è il senso di una sacralità connessa ai Giochi, sorta di vera e propria "religione olimpica", senza la quale, a detta di molti, mancherebbero il dinamismo, l'entusiasmo, la consapevolezza di partecipare a un assoluto.

Sicuramente, questo concetto non poneva problemi nelle Olimpiadi greche: la religione ellenica pagana era una religione "festosa", una religione dell'uomo, di scarsissimo afflato mistico, e che viveva di occasioni simili a quelle che trovavano compimento e coronamento nei giochi. Ma nelle Olimpiadi moderne de Coubertin aveva potuto mutuare, ovviamente, dell'antica religione olimpica solo il rituale, e non le divinità. Per lui, il luogo dei giochi doveva diventare "un territorio sacro"; l'entrata degli atleti era paragonabile a "una processione", il comitato olimpico era "un collegio di sacerdoti", perché "alle Olimpiadi ci si raccoglie per fare un pellegrinaggio nel passato e una dichiarazione di fiducia nel futuro. Questo potrebbe essere davvero lo scopo dei giochi richiamati in vita".  



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