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LETTURE/ La strage di Cefalonia '43 e le "omissioni" di Mieli

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L'ordine impartito al gen. Gandin l'11/9/1943 (Arch. M. Filippini)  L'ordine impartito al gen. Gandin l'11/9/1943 (Arch. M. Filippini)

Avvenne a La Spezia, dove la Divisione alpina "Alpi Graie" combatté fino all'11 settembre. Avvenne a Salerno, dove il generale Ferrante Gonzaga, dopo avere sdegnosamente cacciato un tedesco che osava intimargli la resa, fu assassinato nel suo ufficio a raffiche di mitra. Avvenne a Bari, dove il generale Bellomo difese fino all'ultimo il porto (il che non lo salverà dalla fucilazione ad opera degli inglesi vincitori, solo perché, nella zona sottoposta al suo comando, una sentinella aveva sparato, un anno prima, a prigionieri inglesi che tentavano di fuggire, uccidendone uno). 

Per non parlare degli episodi di eroismo fuori d'Italia. Ad esempio in Corsica, dove 300 italiani caddero nella difesa di Bastia; a Zara che resistette fino al 30 settembre; a Spalato, dove si formò un battaglione "Garibaldi" composto quasi per intero da carabinieri. Ma tutti questi eventi furono accomunati da una caratteristica: nessuna vendetta dopo la resa. Perché? E perché, invece, a Cefalonia venne attuata la terribile rappresaglia? 

La risposta è nei libri di Massimo Filippini. Perché a Cefalonia non vi fu, da parte dei tedeschi, una intimazione di resa alla quale — secondo il pur confusionario ordine di Badoglio — si sarebbe dovuto rispondere reagendo. Vi fu invece un premeditato, vile e pretestuoso attacco contro due imbarcazioni tedesche con vari morti. E questo avvenne quando già da tempo era iniziata la trattativa tra il generale Gandin e il comandante tedesco: una trattativa non preceduta da alcun attacco avversario, che il generale Gandin aveva deciso — nell'esercizio dei suoi poteri di comandante — per preservare i suoi uomini da una sicura carneficina: che, infine, imponeva ad entrambi gli schieramenti, sia sulla base dell'onore militare, sia in base alla Convenzione di Ginevra, di restare in attesa della sua conclusione. 

Come ampiamente documentato dalla Relazione Picozzi del 1948, che Massimo Filippini ha il merito di avere riportato alla luce e che venne subito insabbiata perché avrebbe indicato al disprezzo e al disonore coloro i quali, disubbidendo al loro comandante, avevano infranto le leggi di guerra scatenando la rabbia e la voglia di vendetta di un esercito di cui era ben nota la durezza e, in molti casi, l'autentica ferocia, la tragedia di Cefalonia ha dei colpevoli non soltanto con nomi e cognomi tedeschi, ma anche con nomi e cognomi italiani. Dopo oltre settant'anni, è giusto che questi ultimi vengano, se non deprecati, almeno non esaltati. Ma sarebbe anche giusto riconoscere a Massimo Filippini di avere scoperto le menzogne e rivelato la verità.



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COMMENTI
11/09/2016 - ARTICOLO DI LUCIANO GARIBALDI (massimo filippini)

Nel ringraziare Luciano Garibaldi per quanto ha scritto, allego il link ad un mio articolo del 2008 in cui oltre a difendere il Martire gen. Gandin da velenose insinuazioni, resi noto il nome e le 'prodezze' dell'Ufficiale 'doppiogiochista' di cui si tratta nel libro di E. Aga Rossi trattato ancora oggi da 'Eroe' dopo la tragedia da lui e pochi altri provocata. http://www.italiaestera.net/modules.php?name=News&file=article&sid=8901 avv. Massimo Filippini Orfano del magg. Federico Filippini fucilato il 25/9/1943

 
09/09/2016 - GLi alleati impedirono l'invio di rifornimenti? (luca tarigo)

Buongiorno, volevo avere conferma dall'autore dell'articolo sulla tentativo dell'ammiraglio Giovanni Galati, di inviare viveri e munizioni a Cefalonia con due torpediniere, bloccate poi, quando erano già a metà strada, dal comando alleato che non si fidava degli italiani.