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Cultura

LETTURE/ Bauman e noi, complici del fascismo 2.0 che ha "sciolto" la parola

"Quando ho avuto la possibilità di parlarne direttamente con Zygmunt Bauman, mi sono soffermato proprio su quel capitolo di Babel: Solitari interconnessi". GIACOMO SCANZI

Zygmunt Bauman (1925-2017) (Foto Forumlitfest, da Wikipedia)Zygmunt Bauman (1925-2017) (Foto Forumlitfest, da Wikipedia)

C'è un capitolo, in Babel che ha attirato la mia attenzione. E quando, circa un anno e mezzo fa, a margine di un'intervista pubblica che mi era stata affidata, ho avuto la possibilità di parlarne direttamente con Zygmunt Bauman, mi sono soffermato proprio su quel capitolo: "Solitari interconnessi".

La questione della solitudine nel contesto della Modernità mi pareva l'elemento centrale della riflessione di Bauman, non solo perché egli si è soffermato a lungo sulla questione della dissoluzione ("liquefazione") delle comunità, dalla famiglia agli ambiti più estesi, ma perché tale rarefazione delle relazioni esistenziali è divenuta, nell'età della comunicazione totalitaria, rarefazione della narrazione.

Nessuno comunica davvero perché è imperante la paura. La delazione è sempre stata l'arma vincente dei fascismi novecenteschi. Dunque, inevitabile affrontare con Bauman la questione. Direttamente. L'idea che mi frullava per la testa, leggendo le sue opere, era che all'orizzonte si veniva profilando una sorta di neo-totalitarismo, di stampo affatto differente rispetto alle esperienze del Novecento. Una sorta di totalitarismo 2.0.

"La questione è molto interessante. Sì, il rischio è presente, anche se non dobbiamo pensare ai fascismi così come li abbiamo conosciuti. Si tratta di un fascismo antropologico, intrinseco, interiorizzato. Noi siamo fascisti di noi stessi". Tra le mani avevo il mio Babel e subito ho pensato che la prima forma di fascismo stava proprio nella babele linguistica, nella mistificazione dei significati, nella liquidità della parola.

Qui volevo arrivare. Intendevo chiedergli proprio se dopo la società, dopo l'individuo, la liquidità non avesse colpito la parola stessa, togliendole qualsiasi forza, qualsiasi legame con le cose, con la realtà. E la parola liquida è davvero l'anticamera della perdizione. E siccome i linguaggi sono sedimento di tradizione e di storia, oltre che di geografia, la liquidità linguistica mi pareva il sintomo proprio della liquidità esistenziale dell'uomo contemporaneo.

In fondo la solitudine è innanzitutto segnata dall'impossibilità di raccontare, o peggio, nell'incapacità altrui di ascoltare.

Così si dipanava il pensiero e la liquidità, il suo geniale "modello", prendeva forma, si solidificava — potremmo dire — non più nell'orizzonte sociologico, ma andava in profondità, diventava antropologico.

Credo di aver còlto la malinconia dell'uomo che comprende, che vede, che nella vecchiaia e forse anche nella prospettiva della morte, scuote la testa e  sa d'essere stato superato dagli eventi.

Fascismo 2.0, l'abbiamo chiamato: i connotati di tale nuova condizione umana stavano, per Bauman, innanzitutto nella forza della delazione. La comunicazione digitale è divenuta lo strumento principe di tale pratica. "Non servono più gli spioni. Ciascuno di noi è un delatore". Cattura comportamenti, fragilità, errori. Crea nemici e li mette alla berlina di un pubblico esteso. Ma vi è ancora di peggio: "Ciascuno di noi è delatore di se stesso", offre all'opinione pubblica un'altra categoria che, dopo Habermas, andrebbe reinterpretata, varchi straordinari per l'invasione della sfera privata. Siamo collaboratori convinti di questo nuovo fascismo. Ci mettiamo a nudo. Il mondo sa tutto di noi".


COMMENTI
13/01/2017 - Un'analisi molto liquida (Tiziano Villa)

Non so quanto questa esegesi sia fedele al testo di Bauman, ma alla prima lettura sa di lingua doppia alla Orwell. In questa analisi s'ignora del tutto il percorso del pensiero e della prassi rivoluzionaria di cui i fascismi storici sono stati rami dialettici dell'albero. Sicche' l'attuale assetto socio-antropologico meriterebbe meglio il titolo di Rivoluzione 2.0, ed infatti storicamente gli attori della socialdemocrazia mondialista ne sono stati i corifei. Per giudicare l'attendibilita' dell'analisi propongo al lettore il seguente carotaggio: "La delazione è sempre stata l'arma vincente dei fascismi novecenteschi." Vi ricordate quali regimi novecenteschi hanno applicato per primi la delazione come strumento di controllo sociale su scala sistematica, e i loro residui l'applicano tuttora? Non servono tracce, ma una lettura di Vita e destino di Grossman iilluminerebbe molto sulla delazione. Per un'analisi meno "liquida", propongo i testi classici di Augusto del Noce, ad esempio Il suicidio della rivoluzione.