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Cultura

RAGIONE & FEDE/ L'errore di Cacciari, scambiare Cristo per un concetto

Massimo Cacciari ha rilasciato un'intervista sul Natale in cui dice che si è perso, anche a causa dei cattolici, il senso della festa. La cosa non condivisibile è un'altra. ROBERTO GRAZIOTTO

Massimo Cacciari (LaPresse)Massimo Cacciari (LaPresse)

Caro direttore,
una recente intervista di Massimo Cacciari ha fatto discutere in modo animato il popolo della rete. Non ritengo necessario prendere posizione in un giornale su questa discussione. La si può pensare ovviamente in un modo o nell'altro: Cacciari ha ragione a criticare il modo superficiale in cui si festeggia il Natale; oppure, Cacciari dovrebbe vedere il momento di verità anche di questo modo superficiale di viverlo, anche se si è perso "il brivido di fronte ad una vicenda così grande", in cui "una ragazzetta diventa madre di Dio" (Cacciari). 

Non credo che sia però cosa buona lasciare non commentata la seguente frase del filosofo italiano: "Il filosofo non può credere". Questa affermazione di Cacciari non solo non mi pare adeguatamente giustificata. Il cristianesimo infatti nel corso dei secoli ha contribuito notevolmente a costituire la cultura europea, e questo proprio perché è una religione che si basa su affermazioni delle quali esibisce la credibilità. Non posso lasciarla non commentata per una frase altrettanto breve del teologo svizzero Hans Urs von Balthasar: "non c'è teologia senza filosofia". Si capisce subito che se Cacciari avesse ragione allora non vi sarebbe neppure la possibilità di formulare una teologia cristiana. Dalle letture che ho fatto in anni recenti di alcuni libri di Cacciari, forse una delle menti più lucide del mondo filosofico italiano, mi sono fatto questa idea. Solo il filosofo sarebbe capace di guardare direttamente tutta l'inquietudine della vita umana, insomma di essere realmente libero ed inquieto di fronte al non-fondamento dell'essere, perché il credente ha un fondamento e quindi non può prendere sul serio né l'inquietudine né la filosofia. 

Recentemente ho presentato al pubblico del sussidiario la figura di Adrienne von Speyr, di cui ricorre in quest'anno il cinquantesimo della morte. La mistica e dottoressa svizzera ha vissuto in modo del tutto straordinario tutta l'inquietudine del male nella sua partecipazione alla discesa all'inferno di Cristo. Solo il suo confessore, in forza della sua autorità, poteva richiamarla fuori da ciò che Balthasar nel suo diario definisce il "Loch" (il buco). Il buco dell'inquietudine. Adrienne conosceva il fondamento di Cristo, ma Cristo non è un "principio", in un certo senso neppure un "fondamento", ma il Logos dell'assoluto amore gratuito. L'inquietudine del filosofo sarà forse anche profonda e credo che per Cacciare sia così, ma infine il parlare di essa è e rimane un "godimento intellettuale". I Padri della Chiesa dicevano che "ipsa philosophia Christus est". E Lui e solo Lui che ha vissuto il radicale abbandono da parte del Padre, il Fondamento, può farci per grazia partecipi a quel tanto di inquietudine che noi possiamo davvero sopportare, non come "godimento intellettuale", ma come reale perdita del senso di ogni fondamento rassicurante, senza la quale davvero non può nascere alcuna filosofia e senza la quale non vi è neppure l'esperienza fondamentale del cristiano: l'amore gratuito nel doppio senso della parola "Umsonst" in tedesco: gratis et frustra. Gratuità e vanità delle cose. Se davvero amo, amo gratuitamente ed anche con il rischio di farlo inutilmente.

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