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Cultura

LETTURE/ Mario Ottoboni e le Apac, dall'amore non si può fuggire

Dall'8 maggio si può vedere al Tribunale di Milano la mostra "Dall'amore nessuno fugge" che racconta l'esperienza delle Apac brasiliane fondate da Mario Ottoboni. CAMILLO FORNASIERI

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Il tema della giustizia e quello della pena sono uno dei problemi del vivere umano nelle società di oggi più indicativi dello stato del cuore e della mentalità dell'uomo contemporaneo.

Grazie all'iniziativa culturale di Ateneo Studenti della Facoltà di Giurisprudenza nell'Università Cattolica si è potuta visitare a Milano la Mostra "Dall'amore nessuno fugge" che racconta l'esperienza delle Apac, Associazione per la Protezione e l'Assistenza ai Condannati e presto — dall'8 maggio — la si rivedrà dentro il Tribunale di Milano.

Quest'esperienza è nata circa quarant'anni fa nello stato brasiliano del Minas Gerais, a Belo Horizonte, per iniziativa dell'avvocato Mario Ottoboni, un uomo di grande fede e di diritto, personalmente colpito dalla condizione dei detenuti in Brasile nell'epoca della dittatura, nei primi anni Settanta. La prima cosa che si sperimenta è un uso diverso della ragione: non si può conoscere la situazione di un detenuto dall'esterno, ma solo dall'interno, immedesimandosi e vivendo le sue relazioni e la sua condizione. Dall'interno però anche dei muri che separano l'uomo giusto dall'uomo ingiusto; non solo da dentro le mura degli istituti di pena, ma dall'interno della sua esperienza umana. Siamo uomini per i quali la ricostruzione di una vita è la sfida sia dentro che fuori dal carcere.

E' quello che capisce Ottoboni che per diversi anni studia, stando con i detenuti e osservando la vita carceraria, e dà vita alle prime esperienze fino a scrivere un vero e proprio metodo, in dieci punti. Il Brasile accetta una prima sperimentazione di gestione di un istituto, che riesce. Oggi sono circa 50 gli istituti di Apac, di iniziativa associativa e non dello Stato, che gestisce così circa 3mila "recuperandi", come sono chiamati nelle Apac. Una piccola cosa in un Brasile di 750mila reclusi, ma una novità immensa per il suo metodo. "Dall'amore nessuno fugge": la recidiva che in Italia sfiora l'80 per cento in questi luoghi è sul 10 per cento e il costo di ogni persona ristretta è pari a un terzo di quello statale. Basterebbero solo queste notizie per trasecolare.

Ma occorre chiedersi, come è possibile tutto questo?

Sembrano case di reclusione tradizionali ma la novità è nella proposta e nell'organizzazione autogestita dai detenuti stessi, senza guardie e divise — che il Brasile degli anni della dittatura già odiava vedendole per le strade — dove è il reo che chiede di poter andare a scontare la pena.

E' direttamente la vicedirettrice generale e responsabile giuridica di tutta la Federazione delle Apac, Tatiana Flavia de Souza, ad averlo raccontato a Milano agli universitari e in una serata al Centro Culturale di Milano dove si è incontrata con diverse esperienze di assistenza ai carcerati di gruppi che operano a San Vittore, Opera, Bollate, Como.

Ognuno di noi sa pensare e fare le azioni che loro hanno fatto, siamo purtroppo capaci, siamo segnati da un'originale fatica e ferita di male e ad alcuni, per diversi motivi, accade di farlo. Ma "nessuno è l'errore che commette" — come recita una delle frasi scritte sui muri degli istituti gestiti dalle Apac. Questa evidenza bruciante di un'altra definizione di sé, sentita originariamente da Ottoboni, la testimonia Tatiana, che parla della sua conversione. Come Sant'Agostino anche lei è stata travolta da un Amore. Per la direttrice il cuore della proposta è anzitutto un cambiamento di mentalità, un diverso punto di vista su di sé. Su un altro muro campeggia "O amor tudo desculpa, tudo cré, tudo espera, tudo suporta, o amor jamais passarà". Una promessa mantenuta non menzogna, potremmo dire. Come ricorda la scritta sul muro del carcere dell'Abbazia cistercense di Fontenay, del 1250, "Di giorno non ti colpirà il sole né la luna di notte", messa a titolo dell'incontro.

Ecco cosa urge nell'animo di un "recuperando". E anche di ognuno di noi, in fondo, perché è nella concezione della vita stessa il punto decisivo del giusto e del vero. 

Una concezione straordinaria e coinvolgente, come conferma, profondamente colpito, Massimo Parisi, direttore dell' Istituto penitenziario di Bollate — che tutti conoscono come una novità — venuto a incontrare Tatiana per avere un contatto diretto, avendone sentito parlare.

L'esperienza del Brasile e del pubblico si sono intrecciate: chi è fuori impara da questa umanità in cammino, come una vita che ci viene rilanciata, come il vibrante intervento di un carcerato di Como accolto in una famiglia ha posto di fronte a tutti. È il fatto cristiano, l'amore di Cristo dal quale nessuno fugge, se lo si incontra. Qualcuno ricorda Luigi Pagano, sovrintendente regionale degli istituti penitenziari: "questo sguardo nuovo che rinasce in un uomo vale, da solo, tutte le cose che facciamo".

Nel dialogo tra queste esperienze, le Apac sono apparse la possibilità collocata dentro i limiti mortali delle nostre società sfasciate che butta una luce, tra mille difficoltà e con una fede nella provvidenza, non nascosta, sulla nostra vita "fuori". La proposta è quella di un amore da conoscere che è il fatto di Cristo. Oggi nel Brasile ormai diverso, democratico e laico, tra multiformi religioni e sette, così come di fronte a uno scetticismo aconfessionale si deve parlare di "discorso spirituale", ma le Apac hanno ben chiaro dove lo "spirito" si accende e permane. 

L'inerzia e incertezza dello Stato e dell'organizzazione civile di fronte al problema delle carceri, sovraffollate e non, non è forse sul loro scopo? Mentre sta cadendo anche l'ultima convinzione circa la pena come correzione, in queste esperienze si disegna già una novità incontrabile, senza aspettare le strutture o le battaglie politiche e radicali sulle carceri.

L'imbarazzo sulla spesa per rifare gli istituti non è forse quello di non sapere che vita proporre a chi sbaglia, il fatto che non si conosce più il metodo? E come sembra labirintica la strada della psicologia — un supporto, non certo una proposta — basata sulla ricerca dell'empatia tra vittime e carnefice, che può risolversi nell'approdo della vicinanza ma non del cambiamento dell'io.

Come ricordava il gesuita padre De Lubac nel 1951 nel suo famoso Surnaturel riguardo alla Dei Verbum, "Si riprende in modo più radicale la tesi di Lessing sulla 'educazione del genere umano' (…). Ovunque in ogni campo si constata l'emergenza di un nuovo problema del significato che sposta il significato dei problemi. La pretesa di un pensiero razionalista desideroso di non tagliare completamente con le masse credenti e con la Chiesa, di tradurre a proprio uso il linguaggio della fede popolare in concetti filosofici".

A Milano gli sguardi commossi di avere tra le mani lo stesso segreto, di vedere esplodere la potenzialità di una proposta così travolgente, si notava nella convinzione di una stessa esperienza, uguale tra due oceani, che dal Minas Gerais può espandersi in Brasile e ritrovarsi a Milano. Forse la forza di alcune intuizioni divenute esperienze in Brasile e in America Latina alla fine degli anni 60, inizio 70 sorte dalla fede e l'impatto con travolgenti ingiustizie e cambiamenti, sta trovando oggi in occidente una capacità di curiosità e di comprensione, grazie anche al magistero di Papa Francesco. Grazie all'instancabile fedeltà di persone come Ottoboni e a giovani come Tatiana o a mamme come Patrizia Colombo e agli amici di Incontro e Presenza, esperienza iniziata 35 anni fa con un'insegnante testarda e battagliera come Mirella Bocchini.

La visita italiana di Tatiana dicono si sia conclusa vicino alla cistercense Chiaravalle, in una nota vecchia trattoria milanese, meta di cambiamenti e novità.

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