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LETTURE/ MasterChef contro vegani e simili? Meglio Seneca

Sembriamo tutti diventati folli per il cibo: vogliamo una dieta sana e in tv impazzano i cuochi-star. Converrebbe rileggere quello che in proposito scriveva Seneca. SILVIA STUCCHI

Eduardo Barrón, Nerone e Seneca (1904) (Foto dal web) Eduardo Barrón, Nerone e Seneca (1904) (Foto dal web)

Seneca non ha bisogno di presentazioni: su di lui sono state scritte migliaia di pagine e centinaia di libri; e forse proprio per questo è utile, per avvicinare un autore così ricco di spunti e quindi capace di intimidire, partire da una prospettiva mirata e particolare, una sorta di specimen in cui ritrovare i fondamentali del suo pensiero, per risalire dal particolare al generale. Ne La dieta del saggio, L. Coco antologizza una serie di riflessioni senecane sul cibo, e sul rapporto che il sapiens, o l'aspirante tale, deve avere con la tavola.

In molte occasioni, ma soprattutto nelle Lettere a Lucilio, per il carattere dell'epistolario, inteso come un colloquio familiare con l'amico lontano, Seneca ci fornisce dettagli sulla sua vita privata e sulle sue abitudini, dai luoghi frequentati all'esercizio fisico e alle sue letture, e non mancano nemmeno riferimenti all'alimentazione. Il fil rouge che lega le riflessioni, a volte condensate in sententiae fulminanti, sta in una logica di tipo oppositivo: contro lo sperpero e il lusso quotidianamente in scena sulle tavole dei ricchi romani (pensiamo alla cena di Trimalchione, del contemporaneo Petronio, e alle testimonianze precedenti e di poco successive di Orazio e Marziale), Seneca propone la moderazione. 

Essa nasce dal riconoscere i bisogni della propria persona, ponendo quindi limiti ai desideri. Così ammonisce Seneca: "Non fai granché se non riesci a vivere senza la pompa dei re, se non desideri cinghiali di mille libbre o lingue di fenicottero e altre invenzioni del piacere sfrenato (Ad Lucilium 110, 12). Va pertanto messo un freno ai viaggi per terra e per mare alla ricerca di cibi esotici (Ad Lucilium 60, 2; Ad Helviam matrem de consolatione 10, 5), perché, al contrario, "ciò di cui abbiamo bisogno è gratuito e costa poco: la natura desidera solo pane e acqua. Nessuno è povero di queste cose" (Ad Lucilium 25, 4). 

Per Seneca, infatti, il cibo è banco di prova e ambito privilegiato in cui esercitare la virtù, per imparare a separare l'essenziale dall'inessenziale (come predicato dallo stoicismo), coppia oppositiva in fondo sovrapponibile all'opposizione di marca esistenziale autentico-inautentico. Memore anche dell'antica classificazione epicurea dei piaceri (naturali e necessari; naturali e non necessari; non naturali e non necessari), Seneca ammonisce: "Tutto ciò che va oltre il bisogno è un peso inutile e gravoso per chi lo porta" (Ad Lucilium 108, 14).

Spesso, infatti, il cibo veniva inteso come status symbol: le cene molto ricche ed elaborate esigevano, perché i convitati resistessero sino alla fine, l'uso di emetici; e più volte Seneca rimarcherà la stortura di un mondo in cui, con enorme disparità di condizione, accanto agli schiavi e a quanti erano obbligati alla frugalità, vi erano pochi privilegiati giunti a distorcere il rapporto con le cose basilari della vita, ingozzandosi oltre ogni capienza dello stomaco (Ad Lucilium, 47: est ille plus quam capit), o vivendo in funzione dell'ostentazione, anche a tavola. Contro costoro Seneca ammonisce a "concedere al corpo quanto basta per una buona salute (...) il cibo calmi la fame, la bevanda calmi la sete (...) Disprezzate tutto ciò che un impegno inutile pone per ornamento e per prestigio" (Ad Lucilium 8, 5). 

Anche la malattia costituisce un repertorio simbolico potente, specialmente se abbinata al cibo: contro ogni ingordigia, ci viene ricordato che le raffinatezze diventano causa di dolore ("i piaceri stessi si cambiano in tormenti, in banchetti producono difficoltà di digestione, l'ebbrezza torpore dei nervi e tremore, Ad Lucilium 24, 16); che la mutevolezza dei desideri è segno nefasto, come l'assaggiare molti cibi è tipico di uno stomaco nauseato (fastidientis stomachi est multa degustare, Ad Lucilium, 2, 4); infine che "mai un'anima insaziabile (inexplebilis animus) potrà sentirsi soddisfatta, così come nessun liquido basterà a calmare chi ha desiderio di bere, non perché ne senta il bisogno, ma per una febbre che gli brucia dentro: non è sete, ma malattia (Ad Helviam matrem 11, 3).

Parole che risuonano così attuali duemila anni dopo, quando sembriamo tutti diventati folli per il cibo, per la dieta sana a base di alimenti sconosciuti ai nostri nonni e bisnonni, in televisione tutti cucinano atteggiandosi a sofisticati chef (o, in alternativa, mangiano come orchi) e impazzano i cuochi-star.

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