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Cultura

GILLO DORFLES/ Sapere non basta, è obbligatorio vedere

Se n'è andato Gillo Dorfles (1910-2018), critico d'arte e pittore italiano. Era metodico e instancabile a seguire la sua vera regola: vedere sempre tutto. GIUSEPPE FRANGI

Angelo Eugenio Dorfles (1910-2018) (LaPresse)Angelo Eugenio Dorfles (1910-2018) (LaPresse)

Alla fine ha dovuto alzare bandiera bianca anche lui, Angelo Eugenio Dorfles, detto Gillo, nato in terra austroungarica quasi 108 anni fa (era nato a Troestw, ossia Trieste, quando non era ancora italiana). Lo sapeva, non ne faceva un dramma. E non ne faceva materia per riflessioni ultraterrene di nessun tipo. Se ne è andato, senza incrinare quell'abitudinarietà con cui organizzava la sua vita.

Era metodico e instancabile a seguire la sua vera regola: vedere sempre tutto. Si è trovato quel soprannome attaccato alla propria vita come fosse un allegro brand. Nessuno lo chiamava per quel cognome ancora troppo asburgico. Bastava averlo incontrato una volta e immediatamente diventava Gillo per chiunque. Non amava essere autorevole né apparirlo, anche perché ha passato tutta la sua vita a sdoganare cose di qualità modeste e a consacrare ciò che a prima vista sembra orribile. Ha detto una volta che il nostro tempo non è più il tempo del gusto, ma quello dei gusti infiniti. 

Lo diceva fingendo di dispiacersene, in realtà questa smisurata florescenza di forme e di immagini è stato il territorio in cui ha potuto nutrirsi. E può essere che la sua vita sia stata lunghissima proprio perché inesauribile è stata la materia prima che attirava i suoi sguardi. Gillo non è mai stato uomo di grandi pensieri. Ha scritto una quantità quasi sconsiderata di pagine, ma quelle che resteranno saranno le paginette. 

Recentemente sono stati pubblicati due volumi di dimensioni quasi imbarazzanti: uno che raccoglie gli scritti di filosofia estetica (oltre 2000 pagine) e un altro che invece raccoglie gli incontri e le recensioni con artisti (900 pagine). Tra i due libri non c'è gara: è il secondo quello che parla di Gillo e attraverso cui Gillo ancora ci parla. Non leggerete niente di memorabile. Ma vi divertirete a seguire gli sguardi curiosi di un uomo che per tutta la vita non si è mai stancato di guardare e non ha mai avuto sguardi sdegnosi per niente e (quasi) per nessuno. In fondo la sua vera lezione è stata questa, la curiosità. 

Non gli bastava sapere, per lui era obbligatorio vedere. E farsi vedere tra le cose che lui, con costanza inossidabile, ogni volta andava a vedere. Il fatto che lui ci fosse era una sorta di automatica legittimazione di ciò che si metteva in mostra. Il suo era un orizzonte estetico senza verticalità, perché il verticale distoglie lo sguardo dall'immensa varietà dell'orizzontale. E a lui quella varietà, anche se di gusto un po' improbabile, piaceva moltissimo. Un tale piacere, che ha pensato bene di  goderlo il più tempo possibile.

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